Guerra agli umani Un capro espiatorio racconta l’estinzione della sua specie perpetuata dal nuovo Nazismo chiamato liberismo

Ucronia l’estinzione 01
Illuminati Pop Anarchy Baal
Simonetti Walter

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Guerra agli umani

Un capro espiatorio racconta l’estinzione della sua specie perpetuata dal nuovo Nazismo chiamato liberismo

la condanna del Partito- Chiesa ad una vita senza amore

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A Julie la poetessa del futuro

Mi chiamano Giuda: falso, infedele, infido, ingannatore, opportunista, sleale (s.m.) disertore, impostore ignobile, nefando, obbrobrioso, pessimo, scandaloso, scellerato, tristo, vergognoso, vituperato
“MA SOLO CHI TRADISCE PUÒ CAMBIARE IL MONDO, IMMAGINARE UN AVVENIRE MIGLIORE” Amos Oz

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Questa opera nasce dalla fantasia di un Borderline in caduta libera, queste poesie evocano quella che è stata chiamata ucronia una narrazione secondo cui la storia è andata diversamente. L’ucronia è un modo per dire che siamo noi e non gli altri i responsabili della storia, per rivendicare il nostro protagonismo ed anche le nostre responsabilità e i nostri errori. E’ un grido anarchico di libertà che si batte dentro e contro l’Impero neo liberale post-moderno, che oggi si impone con il plagio tardo-mediatico tecnico democratico – nazi(onal) populista. E la rete virtuale? È a volte viola di vergogna …
Ogni riferimento a persone, cose e fatti è puramente casuale. Le opinioni e i giudizi espressi su persone, corpi militari, movimenti politici, istituzioni nazionali e religiose appartengono al protagonista e non allo scrittore, sono usati per fini meramente narrativi.

Il Padre

riccardo casagrande

“La tua idea, la tua idea
Non mollare difendi la tua idea
Ricordi quando ti nasceva una canzone
E quando la speranza aveva gli occhi tuoi
Vincerai se lo vuoi
Ma non farti fregare gli anni tuoi
Il blu del cielo forse adesso ha una ragione
Ferma l’amore non lasciarlo andare via… Via
Chi di violenza vive, forse ha quella soltanto
Prendi la gioia adesso prima che sia rimpianto
La tua… “ Renato Zero La mia idea

E lei continua a dirsi:
“Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.
Amarsi è questo: escludere
d’essere i soli al mondo,
i soli ad esser soli amando,
sterminandola l’invincibile armata. Lucio Battisti Pasquale Panella I Ritorni

“ L’uomo veramente forte è colui che è solo” Rachilde

“Togli le mani dal mio seno
e mettile su quello di tua madre
Togli le labbra dal mio viso
e mettile su quello del tuo amico
Togli lo sguardo dal mio culo
e mettilo sul culo del tuo cane
Togli il quel fiato dal mio collo
e mettilo su quello di nessuno
Togli la maglia che ti ho dato
è mia e la voglio
Togli quell’aria da buffone
usala con gli altri “Sick Tamburo Dimentica

L’amore più profondo è l’amore nascosto. Una poesia dice: «Alla mia morte dal fumo conoscerai il mio amore, mai espresso e tenuto celato nel mio cuore». Chi esprime il suo amore prima di morire, non ama profondamente. Solo l’amore che rimane celato fino alla morte è infinitamente nobile. Sono convinto che sia sublime amare fino alla morte. Quando parlai di questo, alcuni erano del mio parere e costoro furono chiamati «amici del fumo». “
“È bene che il samurai, anche quando è sul punto di essere decapitato, conservi l’abilità di compiere un’ulteriore azione senza incertezze. Se saprà tramutarsi in un fantasma vendicatore e mostrare grande determinazione, benché privato della testa, egli non morirà.”
Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte: è necessario prepararsi alla morte dal mattino alla sera, giorno dopo giorno. “ hagakure

Guerra agli umani

Un mastino della guerra alieno racconta l’estinzione, l’olocausto della sua specie perpetuata dal nuovo Nazismo chiamato liberismo

Forse io parlo forte e leggo il libro della morte,
forse qualcuno mi ha insegnato la paura,
forse è l’amore, forse è l’amore.
Forse mi vesto poco e lascio libere le gambe,
forse qualcuno vuol vedere nel mio cuore,
forse è l’amore, forse è l’amore.
Forse doveri e regole fanno scappar la gente,
ma chissà come poi la fanno ritornare,
forse è l’amore, forse è l’amore,
forse è l’amore, forse è l’amore
(ma questo che cos’è?)
Sick Tamburo Forse è l’amore

“Qui si parla di mostri, di come essi sono apparsi, talora nel circo, altre volte nei laboratori, o ancora nella politica, ieri oggi e domani, certo di nuovo, – nella filosofia o nella medicina, nel cinema o nella letteratura. Ogniqualvolta il potere dichiara che la storia è finita, e che la natura fa esperienza di un ordine definitivo, sicché felice può essere solo l’uomo che, adeguandosi alla misura, obbedisce e crede, allora il mostro appare a sconfessare ogni normalità, a dire miserabile l’obbedienza e stolta la credenza. Il mostro è un cavaliere che trascina in luoghi pericolosi, ci dice Elfriede Jelinek, ma nello stesso tempo libera dal dogmatismo e incita alla creazione immaginaria (ma presto pratica) di nuovi mondi. Nel «postmoderno», dentro e contro le culture del «new age», il mostro ci salverà, forse, dalla nostalgia della vita semplice e nuda ; sicuramente ci mette in contatto con il laboratorio della dismisura tecnica e dentro a questo ci fa inventare una realtà che noi vogliamo prodotto di potenza collettiva”. La linea del Mostro Toni Negri

07/09/2018
“Poche parole sto tramontando ho vissuto l’estinzione difendendomi dagli attacchi degli squadroni della morte che avevano quel sorriso da deficiente sul volto. Dopo aver massacrato anarchici le loro compagne i figli i nipoti, sangue del nostro sangue, sangue del mio sangue. Credevano che distruggere Simonetti fosse una passeggiata così non è stato per questi nazisti col la bandiera rossa a volte col la bandiera nera. Per combattere a viso aperto il fascismo prima bisogna combattere il fascismo rosso (il social-frankismo).
Non c’è speranza non c’è via d’uscita sono circondato evito la morte quotidianamente grazie ai miei piccoli-grandi amici resisto. “ Simonetti Walter l’ultimo anarchico stirneriano

12/04/2019
Questo che state leggendo è lo scheletro della fine del mio corpo prima ucciso e distrutto e poi ricomposto dagli eroi della patria come trofeo da mostrare ai pochi invisibili ma determinanti uomini politici e grigie eminenze che stanno dietro alla mafie/Lobby di Stato del mondo cosiddetto civile.
Prima di avermi avuto hanno dovuto sudare, imprecare il loro Dio, maledire la mia specie, sacrificarsi ai nostri Dei, trovare uomini disposti a tutto pur di uccidere il Colonello Kutrz,
Già la mia specie estinta l’estate scorsa, un olocausto andato in onda su tutti i social e TV del mondo che ha provocato le risa, il delirio, la felicità di uomini e donne giovani e vecchi. La nostra fine pensano che sia stirpe considerata demoniaca, aliena un virus da debellare con ogni mezzo necessario.
In questi decenni dal 1980 in poi sono cominciati gli anni dei Capri espiatori promosso dalle Lobby frankista e tutti gli altri Ordini della devianza con il Partito Chiesa alleato col suo grande nemico l’America. Dietro queste legge da medioevo c’era un Maestro salvato dal patibolo dopo la guerra un nazista e la sua setta. Volevano punire l’assalto al cielo di una generazione e distruggere le famiglie socialiste anarchiche. L’Argentina dei militari era l’esempio i ringiovanimenti dei figli del anarchia negli anni 70 più di 120 bambini hanno subito degli esperimenti genetici in cliniche mai chiuse dopo la guerra un lascito del nazionalsocialismo.

Questa è la fine della vita di Simonetti Walter una leggenda metropolitana il cui nome veniva sbeffeggiato, oltraggiato e deriso in ogni modo dal paese reale in cambio avevano il denaro delle mafia di Stato. I Frankisti.
Sono vivo ma sono un morto che cammina quasi uno zombi che va avanti per inerzia ma allo stesso tempo sono come un vampiro il sangue di da potere e forza per resistere nonostante tutto e tutti, sono vivo nonostante Dio e la sua Chiesa, sono vivo nonostante il Partito Chiesa la sinistra del futuro una strana ma non inedita alleanza tra gli opposti estremismi, tra vecchi nemici che si odiano nella superficie della società dello spettacolo virtuale. Per distruggere l’ultimo anarchico stirneriano.
Io lo chiamo un nuovo Nazismo che è multicolore nero, rosso, verde, giallo, azzurro. Sono vivo e combatto tutti i giorni per sopravvivere agli attacchi degli squadroni della morte pagati per finire il lavoro l’estinzione dei discendenti dei Sumeri, gli uomini più antichi che camminavano sulla faccia della terra, da molte Lobby la Frankista in primis e l’Ordine Nero e a seguire gli Stati Uniti che hanno sputato sulla loro Costituzione.
Sono vivo e le mie armi di difesa sono le gocce di En e il Tavor oro solubile e l’olanzapina
Le ho preso proprio ora le medicine del Dio Pan mio Dio che mi hai dato tanto la follia di resistere un intera vita in un manicomio a cielo aperto nel isola felice.
Non ho più paura dopo che il secondo livello del Partito Chiesa, formato da ex terroristi e votanti della lega e cinque stelle e giovani di sinistra che vogliono il sangue del diverso, mi ha ucciso nel settembre scorso sono tornato in vita grazie agli antichi io lo chiamo così e la paura è andat via. Come un Samurai ho capito che la mia Via è la morte e come Renzo Novatore che come me era un disertore e un soldato del sogno faccio una lode alla vita alla sua bellezza intrinseca stupefacente alla bellezza delle donne che non ho potuto amare perchè non mi è permesso vivere avere rapporti di ogni tipo con l’altro sesso. Mi chiamano femminuccia questa è la condanna che lo Stato in primis il Partito Chiesa poi ha inflitto ai figli dell’anarchia. ai ringiovaniti, ai refrattari, ai provocatori, a tutti quelli che non si sono venduti alle Lobby alla loro devianza anti-nomiana e hanno resistito alla nuova Inquisizione sino al Olocausto della nostra specie. Lo so lo ripeto troppo spesso siamo estinti lo sapevamo solo il plagio dell’ordine francese ci faceva credere di avere una possibilità di vivere.
Scrivo di getto senza pensare alle conseguenze, senza riflettere senza ponderare alcun chè oramai sono agli sgoccioli la signora è sempre al mio fianco. Quando si è un lavoro sporco e lo sono da tutta la vita l’ansia ti mangia il corpo e l’anima. E quando si è in guerra ed io col la legione straniera francese lo ero già stato in missioni suicide si perde il lume della ragione. Il sangue esplode come nei film di Clive Barker, i cenobiti diventano degli angeli vendicatori che invochi al tuo aiuto. In passato quando venivano hanno bevuto tutto il mio sangue e poi le forze del anarchia primordiale mi hanno rimesso la vita dentro. Forse sono un clone, un parassita alieno ma amo, amo ancora e senza speranza. “Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza. (da Angelus Novus)
Sono decenni che tentano di sterminarci in ogni modo possibile e immaginabile. Dopo che tutti i governi del mondo hanno dato l’ok è partita l’estate scorsa il piano di sterminio dei figli degli Anunnaki.

Lo sterminio era già iniziato di noi Capri espiatori in ogni città della culla della civiltà, ogni anno uomini e donne venivano uccisi alla luce del sole sotto la derisione della gente cosiddetta civile perché viviamo in uno stato d’eccezione permanente come l’ARGENTINA durante la dittatura dei militari. Le persone lo accettano perché foraggiate dai soldi delle lobby frankista e simili di ogni colore politico e religioso tutte unite nella devianza.
Jacob Frank il loro fondatore diceva “ La redenzione attraverso il peccato” e ha creato il socialismo degli imbecilli un antisemitismo senza ebrei considerato dei mezzi uomini dai lobbisti da quelli che sanno vivere e parlare bene.
Quando io il guardiano secondo loro ero debole avevo perso la testa per una donna che mi prendeva in giro (una ragazza appartenente a quello che i satanisti chiamano l’armata delle tenebre) una ragazza conosciuta in un social che cinguetta un influencer, che poi ho capito non era una sconosciuta venuta alla porta di casa ad aiutare un malato terminale, ma la figlia di un amico della vecchia autonomia e di un amica che per me era stata una madre, che dopo la morte del padre ha cominciato ad odiarmi a mutare pelle sino a diventare una lobbista, il suo sogno? Il suo sogno il denaro, il successo, il sesso con i vincenti io ero un perdente secondo lei dovevo subire e perire. Ma l’armata è un grande bluff i loro maestri dei ciarlatani e una ad uno stanno sparendo nel nulla, vanno all’inferno? No nel vuoto cosmico così devono finire i Satanisti a libro paga dei servizi, di ogni partito e di ogni governo, condannano e sbeffeggiano coi loro discorsi la Chiesa ma sono la sua immagine speculare.

Quando è iniziato per me la fine? È iniziata in verità negli anni 70 quando il compromesso storico legiferò la morte del uomo, su dei bambini facendo esperimenti genetici “ il ringiovanimento” il nazismo che aveva perso la guerra trionfava col suo maestro coccolato dai comunisti. Lui tirava le file di questo mostro che è stato lo Stato italiano insieme ai frankisti condannava alla schiavitù i figli del anarchia perché avevano il sangue impuro. Accusato da tutti di aver ucciso il Principe che volevo salvare ho vissuto da capro espiatorio come un paria. Il medioevo tornava per vendicare l’assalto al cielo di una generazione e per liquidare le famiglie socialiste anarchiche che non erano compatibili nel nuovo stato d’eccezione. Anzi erano le vittime. Per reazioni noi folli anarchici stirneriani ci vendicammo col culto del eroina, il livello 14 un errore mortale, senza ritorno solo una via di espiazione mi ha dato il diritto alla parola, che protetto fino al 85 dal ordine francese ci è costata la scomunica da movimenti antagonisti ed anarchici.

Quando sono venuti da un uomo distrutto dal amore per una donna che gioiva della mia disperazione.
Ma lei ora, adesso forse l’unica che avrebbe potuto uccidermi ma ha avuto paura, si paura per motivi inspiegabili credeva che mentissi, è diventata l’angelo vendicatore della nostra specie questa per noi è la sua redenzione.

“Tu sei Lucifero vestita, sì, con orli e perle
Tu ti incateni in mezzo al fuoco e dici “viemmi a prende”
Il nostro amore delicato è uno zucchero amaro
Che ci vogliamo solo quando poi più non possiamo
E sto cadendo nel burrone di proposito
Mi sto gettando dentro al fuoco, dimmi “amore no”
Finiranno anche le fiamme ma il dolore no
E non puoi uccidere l’amore, ma l’amore può

Capisci
So che puoi farlo, finiscimi
Aspetto la fine, tradiscimi
Poi dimmi “è finita”, zittiscimi” Achille Lauro
C’est la vie

Quella notte maledetta da Dio dal loro Dio tre uomini dei servizi sono venuti a casa ma io non li ho cercati e pensavo è finita finalmente, ma una fiaccola mi ha ridato vita, la fiaccola dell’anarchia.
Sono venuti vicino al letto hanno detto “Ti dobbiamo uccidere! Simonetti!”
Ho risposto “Va bene ma devo morire come un maestro con una certa cerimonia specifica visto che poi sono il guardiano delle forze primordiali”
I tre uomini e ci vuole coraggio a chiamarli uomini mi hanno riso in faccia e sono tornati dopo cinque minuti vestiti da ciarlatani con una veste ridicola, volevano uccidermi umiliandomi, deridendomi, violentandomi come hanno fatto tutta la vita. Ed io ho ricordato chi ero e il mio potere, il potere della parola ha fatto il resto un sacrifico ai nostri Dei innominabili. I tre cani non ridevano più erano concime per maiali senza testa.
Ma non era finita era l’inizio del estinzione, l’olocausto dei delle stirpi demoniache così la CHIESA ci ha etichettati nei secoli.E un giorno davanti casa e mi sentivo male malissimo seduto in una poltrona combattendo già dentro di me questa battaglia disperata votata alla sconfitta perché difendo e difenderò la mia gente e la mia idea io che ho riposto la mia causa su Nulla!
Sono arrivate le giacche blu a finire il pellerossa che non si è convertito e faceva i scalpi dei sui nemici e non si era mai piegato pagando un prezzo altissimo la non vita. Erano tre plotoni sessanta uomini o forse di più, di ogni colore politico cioè nazisti, comunisti, fascisti, satanisti, mussulmani, cristiani e altre fantasie religiose cioè i liberali. Ridevano credevano di essere addestrati dal Ordine francese che mi aveva venduto decenni fa per denaro per farmi vivere da capro espiatorio.
Tutti palestrati senza cervello, pieni di medicinali che sono delle vere e proprie droghe che ti fanno sentire invincibile indistruttibile.
Io pensavo di morire? No possono venire in mille come quelli di Garibaldi e Nino Bixio che prima promettevano la terra e poi facevano stragi di contadini. La rabbia, il mio odio quello di un refrattario, di un mercenario che ha combattuto contro i mulini a vento per tutta la vita non si può fermare ne distruggere così facilmente, è immortale la sua voce di disperazione!
Poi quando stavo per iniziare la battaglia ho sentito la voce del Padre “”E’ venuta l’ora però ti offriamo il “Patto”, accetti? Si Padre accetto” il sangue mi si è gelato e la battaglia è stata vinta i trogloditi ridevano quando la mia spada agiva, erano ipnotizzati, ridevano quando la vendetta di un ringiovanito li falciava, un sacrificio che in quel preciso momento risveglio i vecchi guerrieri “i senza nome” e l’ordine anarchico in tutto il mondo.
Non ero più solo, siamo in guerra, guerra agli umani.

Subito ho pensato hai mie figli ma i guerrieri mi hanno detto “No, non puoi salvargli ma se vuoi puoi vendicarli”

E loro che stavano festeggiando in ogni parte del mondo, nei social come drogati hanno subito la collera dei discendenti dei sumeri e degli iconoclasti maledetti.
Poi dopo la battaglia purtroppo ho visto i miei figli morti, i miei nipoti morti e vecchi amici ma fratelli con cui mi ero diviso anni fa. Ho visto lui sul selciato agonizzante un leader del movimento anarchico odiato perché non si era mai piegato e venduto, odiato perché faceva paura il suo essere altro diverso da quei compagni che sbagliano nei movimento oggi i lobbisti. Quando ho preso la sua testa tra le mani e mi ha parlato, ho capito che l’amicizia non era mai finita eri come un fratello maggiore le tue ultime parole li nella città più libera d’Italia mi hanno fatto piangere.” Ed io non piango nemmeno se scoppia una guerra”Califano

Ho visto poi più vanti mio fratello di sangue e suo figlio falciati alle spalle dai killer in divisa e ho sentito le ultime parole del unico che non vedevo da anni. Gli ho detto “Per me eri come un figlio migliore di quello che sono stato io, un criminale politico, un agente provocatore un mercenario dicono un sionista, tu eri un angelo dell’anarchia”
Poi ho sentito il riso dei fascisti rossi, era stato un agguato gestito ed ordinato dal eminenza grigia e dai demokratici ridevano come dei matti e non capivano che avevano i minuti contati.

In una casa i vecchi e nuovi stalinisti dal volto democratico insieme ai porci senza ali stavano festeggiando gli omicidi mirati. E’ risuonata la canzone di Ferré Gli anarchici e giustizia per tutti per sempre per tutti i perdenti e i veri unici.
Un ragazzo mi viene vicino durante la mia contro offensiva quando sto piangendo lo guardo e capisco aveva subito violenze di ogni genere da parte dei maiali io gli dico vieni con noi vieni con l’anarchia primordiale, fratello non hai il nostro sangue ma non importa sei uno di noi.
Avevano giustiziato sia li, che il altre città quasi tutti i leader del movimento libertario (non lobbisti cioè frankisti) oltre la nostra specie perché come era già successo in passato lo stato d’eccezione come spiega bene Agamben liquida qualsiasi avversario o cittadino che non sia compatibile, o per motivi personali, con l’Ordine e lo Stato secondo i canoni di un sistema totalitario oggi chiamato democrazia. L’ordine è partito dai fascisti Rossi perché non ammettono come stalinisti un pensiero altro la vera diversità del anarchia. E ed io il che mi auto nomino il Colonnello kurtz conosco e applico la diversità del odio ho chiesto alla Forza primordiale“ Voglio la compensazione voglio che i squadroni della morte siano fermati, il mio appello è stato ascoltato la Morte Rossa come nel libro di Manfredi è venuta e spianato questi nuovi nazisti.
Abbiamo perso siamo stati estinti questo non è un testamento. Perché nessuno lo leggerà ma solo il grido di un soldato del sogno anzi meglio di un mastino della guerra che aveva i suoi piani il potere destituente. Non so quanto mi rimane giorni, minuti, secondi questo è il mondo civilizzato questo è lo stato d’eccezione che chiamate democrazia.

And Justice For All

PS: Tra le vittime del estinzione ci sono persone che in vita loro non hanno mai rubato una caramella di diverse tribù erano socialisti veri che credevano alla libertà e alla giustizia proprio quelli per cui alla fine votavano e gli avevano promesso la salvezza e gli hanno sterminati senza pietà ( nel isola felice i social-frankisti gridavano dopo averli uccisi “abbiamo ripulito il paese dagli ebrei ma nessuno di loro lo era) questo nuovo nazismo poi ha colpito vittime che con questa storia non c’entravano niente vendette personali di uomini che parlano per valori. Ma non ne hanno nessuno.
Amen che la forza sia con me!

“Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di uccidermi, questo sì, ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore ha un volto e bisogna essere amici dell’orrore. L’orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici… (Col. Kurtz)

Io ho riposto la mia causa sul nulla
Biografia ucronica di Simonetti Walter

Simonetti Walter, nato a Milano il 07/01/1971, è un demone implacabile della negazione, un portatore di luce, la reincarnazione dello stregone folle Il Padre della fratellanza MOCHI, appartenente suo malgrado all’Ordine Galattico della Stella “La Cultura”, chiamato anche “Gli Illuminati”. Ultimo dirigente del Partito dell’Anarchia, mascotte del movimento del 77, cresciuto dai “cattivi innominabili maestri”. Discendente di un popolo maledetto che arriva dall’antica Sumeria, di origini extraterrestri, gli Anunnaki. Tra i suoi antenati troviamo Zorasrtaini, Zeloti, Nizariti detti anche Assassini e i baschi. Per semplificazione viene considerato un ebreo rinnegato.

Dal 1980 diventa il capro espiatorio della società italiana per volere della lobby Frankista e dei Partiti. La sua vita diventa un manicomio e cielo aperto. Tutto per interesse i soldi della lobby trasformano i suoi parenti, amici, sorelle e fratelli in traditori, viene abbandonato a se stesso. IL denaro lo sterco del diavolo trasforma le persone in mentecatti e il clientelismo frankista alza le percentuali di voto del PCI.

Nasce per l’anagrafe l’11/05/1975 a Fossombrone. E’ soggetto a multi personalità e risulta gli scienziati essere immortale e amorale. La super intelligenza artificiale che sprigionava, e la sua memoria, tramite interventi di lavaggio del cervello e controllo mentale, se ne vanno per sempre al inferno. La dislessia l’accompagna per il resto della sua vita. Ma resta un individuo Unico, speciale, terrorista poetico, spia ed agente provocatore doppiogiochista dello SDECE, e gola profonda al servizio della Stasi, cacciato con disonore dalla Legione Straniera.

La pubblicazione nel 2007 di blog su internet segna per Simonetti Walter (l’ebreo che ride) la fine della militanza in progetti più direttamente postsituazionisti (e politici O_O) nella scena sub avanguardista internazionale. Vere e proprie T.A.Z (1977-2000), come quelle del Consiglio degli Unici, l’intervista al Moro con il vecchio della montagna, la morte del demone postmoderno, il Livello 14, il gruppo TNT e i freak di Lucifero, il Nuovo Ordine Mondiale, Gli Illuminati sezione mongoloidi di Fossombrone (la compagnia fittizia). Poi proseguita fino al 2006 con la diffusione di bigliettini da visita locandine in luoghi strategici, magici (locali alternativi, centri sociali, vie e piazze di Bologna, Fano, Rimini, Firenze, Milano, Parigi, la Realidad).

Ma “Simonetti Walter” non è solo un ex anarchico stirneriano: é anche il nome di una leggenda metropolitana, una setta ipersegreta, piccola comunità iniziatica (macchina desiderante nomadica), che raccoglieva attorno a Walter alcuni dei suoi amici e collaboratori. Su questa setta (società pirata), realizzazione di una “violenta congiura dissacrante” che sarebbe stata fondata addirittura sul sacrificio umano di una vittima consenziente, un importante dossier in gran parte inedito fa ora per la prima volta piena luce in queste pagine post-materialiste.

Ho sentito come una perturbazione nella Forza… Come se milioni di voci gridassero terrorizzate e a un tratto si fossero zittite. Temo sia accaduta una cosa terribile “ Walter Simonetti

Agosto 2018 sono i giorni dell’Olocausto dei discendenti Sumeri, gli uomini più antichi. Le Democrazie liberali avevano già stabilito l’estinzione alla fine degli anni 90 poi la mia cosiddetta esplosione a Bologna e la trasmissione televisiva nel 2002 dove denunciavo la mia vita da capro espiatorio da paria fuori da ogni legge umana e divina aveva bloccato per il momento i piani dei nostri liberali di destra e di sinistra, guidati dagli USA. Ma verso il 2005 i governi occidentali hanno ripreso il vecchio piano e hanno deciso che nel 2018 ci sarebbe stata l’estinzione degli ultimi discendenti dei sumeri.
Molti sapevano ed hanno taciuto, ma c’è da dire che qui siamo oltre lo stato d’eccezione siamo in una nuova forma di totalitarismo democratico e iperliberale, omicidi da parte di squadroni della morte (soldati speciali) pagati dagli Stati (cioè i servizi) alla luce del sole di persone molti anarchici conosciuti e rispettati nelle maggiori città d’Europa.
Altri che non avevano mai fatto politica in vita loro solo per vendette personali solo per l’etichetta qui in Italia di anti italiani, una cosa atroce che ricorda il nazismo.
Nel bel paese in prima fila ci sono i social frankisti gli eredi del Partito Chiesa che aspettavano da una vita di chiudere per sempre questa partita con i sumeri e con altri dissidenti. Il loro secondo livello è parte intrigante degli squadroni della morte.
Come posso dire tutto questo perché io sono un sopravvissuto anche se ho le ore contate. Dovevo essere il primo della lista ma le cose non sono andate come volevano.
Ho fatto resistenza, non mi sono sacrificato per lo Stato.
Ho subito molti attacchi ma insieme con amici veri sono scampato alla morte che so essere vicina.
Ho perso amici, figli, nipoti ho perso tutto ma la ragione è tornata ero confuso, perso, sfinito non vado a dire per cosa, ognuno si può perdere questa è la vita che io non ho potuto vivere condannato dal Partito Chiesa e dallo Stato a non avere rapporti, amicizie, donne questo è stato il bel paese per un discendente dei sumeri, morirò la loro sarà una vittoria di pirrò. Amen e gloria a Baal!
Stanno costruendo uno Stato simile a quello dell’ARGENTINA dei Militari chiamandola democrazia mettendoci sempre il segreto di Stato con l’appoggio del popolo drogato dai soldi delle Lobby. Eliminando il dissidente alla propria sinistra oggi gli anarchici e gli anti italiani coi familiari domani gli altri refrattari e i movimento sociali Stalin fa scuola.

07/09/2018

Poche parole sto tramontando ho vissuto l’estinzione difendendomi dagli attacchi degli squadroni della morte che avevano quel sorriso da deficiente sul volto. Dopo aver massacrato anarchici le loro compagne i figli i nipoti, sangue del nostro sangue, sangue del mio sangue. Credevano che distruggere Simonetti fosse una passeggiata così non è stato pe questi nazisti con la bandiera rossa a volte con la bandiera nera. Per combattere a viso aperto il fascismo prima bisogna combattere il fascismo rosso (il social-franchismo).
Non c’è speranza non c’è via d’uscita sono circondato evito la morte quotidianamente grazie ai miei piccoli-grandi amici resisto. Ma ho fatto un patto e va rispettato m’inchinerò di fronte alla morte. Come narra l’Pagature “ Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte: è necessario prepararsi alla morte dal mattino alla sera, giorno dopo giorno.” Anche perché il mito diventa realtà “È bene che il samurai, anche quando è sul punto di essere decapitato, conservi l’abilità di compiere un’ulteriore azione senza incertezze. Se saprà tramutarsi in un fantasma vendicatore e mostrare grande determinazione, benché privato della testa, egli non morirà.”
L’ultimo degli anarchici stirneriani se va e muore con lui, muore con me la provocazione. Addio Lugano Bella!
Simonetti Walter un ex leggenda metropolitana da oggi non è mai esistito la macchina del fango dello Stato a vinto questa guerra infame.
Io morirò in che modo è facile immaginarlo e prego i miei Dei di aver cura del mio spirito e dei miei figli durante il passaggio.

Il nazismo ha perso ma in realtà ha vinto la guerra. Dove? Nelle cliniche dei ringiovanimenti su bambini negli anni 70 in molti paesi dell’Europa occidentale, in Italia più di 120 sono stati ringiovaniti di questi alcuni non ce la fecero. Nei laboratori in quasi tutto il mondo dove si fanno esperimenti genetici creando dei mostri a condurli sono una setta nazisti risparmiata e usata dalle potenze vincitrici. A guidarli c’è uno che si fa chiamare maestro è un pazzo nazista che usa per cavie quelli che lui chiama scarti, rifiuti, dannati della terra, tossici, paria di ogni Stato, di ogni minoranza. La scusa è che si fanno esperimenti per il miglioramento del potenziale umano ma in realtà il nazista sta continuando il progetto nazista con il consenso dei governi di quasi tutto il mondo, i primi sono stati gli USA. E’ uno scandalo al sole nessuno ne può parlare c’è il segreto di stato.
IL maestro nazista è centrale per quanto riguarda i ringiovanimenti degli anni 70, e per quanto riguarda l’abominio del “capro espiatorio” che viene praticato in molti paesi occidentali l’Italia in primis. Insieme ai finanzieri della Lobby Frankista antinomiana è loro l’idea(la redenzione attraverso il peccato) e al Partito Chiesa ufficialmente difensore dei diritti civili e delle classi meno abbienti, ma in realtà porta avanti la persecuzione di persone che non hanno per il 99% commesso nessun reato. Dal giorno alla notte diventano anti italiani e la loro vita diventa un incubo, sotto posto ad ogni tipo di violenza. C’è il silenzio generale anche perché la violenza di Stato non fa prigionieri in un cosi detto Stato di diritto. Poi ci sono i soldi che comprano le coscienze di milioni di persone che accettano come fosse normale questa norma che viene diretta dal ventennio fascista. E poi gridano sul social contro il fascismo. Gli altri Partiti sono complici avendo anche loro Lobby che fanno clientelismo ai loro simpatizzanti.
Per noi ormai quasi estinti non ci rimane che pregare i nostri Dei!
PS: Un vento ribelle nel pensiero e iconoclasta nell’azione con gli spiriti dei propri guerrieri morti è riuscita nell’impresa di sgominare la Setta del Maestro Nazista i paesi mezzo Mondo gli USA in testa chiedono vendetta il loro segreto di pulcinella è venuto a galla per qualche giorno. So che ricominceranno a fare e praticare il nazismo nel terzo millennio ma intanto degli scarti della società gli hanno dato una lezione. Anche se è l’ultima cosa che faranno.

Un esperimento si racconta dopo la morte civile. Quando tutto è iniziato? Questa devastante espiazione, questo calvario, come un Cristo post-moderno sono stato messo in Croce “forse” qualcuno dice che il vero Gesù è scappato in India a fare il Santone come Soho. Io non lo so, non so rispondere a questa domanda né ad altre perché non ho ricordi, dannati ricordi. Tabula rasa le medicine della memoria ed il mindfucking dei servizi durato un intera vita mi hanno fatto diventare uno strano essere forse un elfo forse un tipo di mostro come dice Negri. Ricordo solo lavaggi del cervello su lavaggi del cervello ad opera della struttura chiamata secondo livello del Partito-Chiesa, l’ultimo grido alla moda per i radical chic a libro paga delle lobby mafiose di Stato dello stalinismo in occidente. Potrei dire che tutto ha inizio a Bologna la città più libera d’Italia in una notte di magia e follia dionisiaca nel giugno del 1996, bevendo da un bicchiere il potere dirompente di 27 acidi, lì comincia la mia ossessione del linguaggio voluta da tutto un mondo, da tutto un paese che ne rideva e gioiva sarebbe bastato un colloquio di un ora con una psicologa ma così non fu i lavaggi del cervello del 2° livello hanno peggiorato la situazione volevano a tutti i costi uno scemo del Villaggio che sarebbe morto prima o poi suicida o peggio schiantato con l’auto ubriaco. Ma direi il falso. Alla fine del 2000 ero solo un condannato a morte e lo Stato stava eseguendo la sentenza. Commissariata prima a dei piccoli criminali poi a dei cecchini di professione ma nessuno dei due riuscì nell’intento la Forza primordiale era con me e la droga nelle vene mi dava qual incoscienza da farmi credere di essere Dio ed immortale.

L’amore rubato dai servi del Partito-Chiesa Mina canta “ci vuole l’amore” a me l’hanno rubato per un intera vita i sgherri (servi) del Partito-Chiesa perché abbiamo tentato l’assalto al cielo e screditato l’ultima burocrazia staliniana in occidente quella della questione morale quella che viene da lontano e va lontano non si sa dove o forse si diritta a controllare il proprio conto segretato in banca finanziato dalla lobby dei deviati chiamata da sempre Frankista. Da Jacob Frank il primo santone della modernità fondatore di un una setta antinomiana e poi movimento lobbistico (parastatale) dopo la sua morte creatore tra i tanti del “socialismo degli imbecilli”. Sempre coi potenti grigi, neri o rossi o bianchi sempre col potere col le loro idee da medioevo “il capro espiatorio” Io che ho vissuto da capro espiatorio e non lo auguro a nessuno, posso dire Ya Basta! Basta all’amore rubato, basta allo scempio di una Repubblica che si auto rappresenta democratica e civile nata dalla resistenza. Che al suo primo articolo dice di esser fondata sullo sfruttamento del lavoro (sic.) Basta è il grido disperato di un criminale politico un lumen come mi chiamavano gli anarchici, un refrattario, che ora è rovinato, psicologicamente e fisicamente ma ha ancora il “coraggio” del Ribelle, del Anarca Stirneriano, l’UNico! E dico di NO quando le istituzione mi chiedono e mandano dei questionari chiamati elezioni democratiche.

Ma cos’è quest’amore rubato? Chi ha deciso e perché e quando? Alla metà degli anni settanta gli anni del piombo fuso o della contestazione quando nel milanese si stava formando “l’autonomia diffusa” libera da ogni logica e azione di Partito Classe. IL Partito- Chiesa stava entrando dentro lo Stato che aveva poco di diritto e tanto di strategia della tensione. Un area politica nell’ultra sinistra che nessuno difendeva venne sacrificata i suoi militanti perseguitati e i suoi figli rinchiusi nelle cliniche manicomio del ringiovanimento ( un lascito del nazi-fascismo) per esperimenti genetici. Persi due anni della mia vita sia psicologicamente che fisicamente con altri 100 bambini io Walter Simonetti, venni ringiovanito questo è il prezzo della democrazia. Non si fermarono qui con me, l’Unico, Il Messia del Nulla che gli aveva screditati di fronte all’opinione pubblica. Ma era una scusa lo stalinismo perde il pelo ma non il vizio della persecuzione dell’avversario alla sua sinistra. Avevano programmato una vita da film da fantascienza ucronica. I dirigenti più in vista del partito, i burocrati cresciuti a pane Stalin poi ricondotti all’euro-comunismo decisero che non dovevo fare una vita normale avere rapporti con l’altro sesso, avere amicizie cioè dovevo diventare un “capro espiatorio” tante di queste idee vennero dalla Lobby Frankista legata a doppio filo al Partito-Chiesa. Coi loro soldi, coi loro killer avrebbero sistemato tutto. Ero un morto che camminava.
E se una donna ci stava sarebbe stata violentata dai “compagni” più in vista o dagli stessi dirigenti come fossero antichi sovrani, questa era la ciliegina sulla torta. Ma le cose non andarono proprio così solo col l’aiuto dei lavaggi del cervello (e le medicine della memoria illegali) da solo contro tutti sono riusciti a non farmi vivere a cancellarmi il vissuto quotidiano, mi hanno rubato l’amore. Ora siamo qui tutto è aperto anche se tutte le strade sono sbarrate. Ci vorrebbe un insorgenza singolare, un sussulto destituente a favore dell’anarca stirneriano, al massimo una petizione popolare virtuale ma non ci sarà mai per un criminale politico che alcuni considerano un vampiro (psichico) uno dei peggiori esseri umani vissuti in Italia dicono i campioni del post-stalinismo ora iper-liberali. E poi soprattutto i soldi frankisti sono soldi anche se poi fai l’uomo di sinistra e inneggi ai diritti umani ma quello che non capisci e che fai parte del socialismo degli imbecilli. All’ora non rimane altro che pregare Ba al e farsi i tarocchi che poi ci scappa pure un selfie.

Messia?! Mi chiamavano Messia, non ero stato io a decidere, anche se per qualcuno ero il piccolo grande uomo che volle farsi Dio di una moltitudine di genti “l’autonomia diffusa” tesserata col timbro dei servizi francesi del vecchio della montagna. Ma era scritto nei libri che un giorno sarei arrivato, per la Chiesa l’Anti-Cristo l’apocalisse gnostica? Per le sette iper-segrete la reincarnazione di Gesù il mago. Per miei figli tutti o quasi ero il loro eroe, per l’Ordine ero il ciarlatano del Nulla, per questo mi avevano venduto i miei zii, al miglior offerente la lobby Frankista e gli Stalinisti, in schiavitù. Per i nuovi filosofi della belle epoque un folle tossico in meno da non considerare e da rinchiudere nei nuovi manicomi a cielo aperto, per i neo-operaisti di tutte le scuole un traditore con l’infamia di aver provocato i provocatori, così per i transfughi della reazione ero l’ebreo lo spirito antinazionale. Con il loro bel comunitarismo avevano trovato la soluzione un nuovo capro espiatorio da esporre al mercato del lunedì.
Messia!? Mio figlio il turco ci ha creduto più che a se stesso!! Plagio?! Possessione? Ora non crede più è rinsavito anche grazie al potere delle mie mani sotto la spinta di Luca l’angelo che ha risvegliato di nuovo il profeta facendolo piangere lacrime che sanno di gioia di liberazione…
Questa è la libertà in questo paese occidentale

Ecco un altro “esperimento”; esperimenti, fatti… verità in ultima istanza; ma fatti non ce ne sono e qui, poi, meno che altrove. Qui tutto è inventato da qualcuno, è la trovata idiota di qualcuno – possibile che non ve ne rendiate conto? E voi lo dovete assolutamente sapere di chi è; ma, ma perché poi, a che cosa servono tutte le vostre nozioni, quale coscienza ne potrà soffrire? La mia? Io non ho coscienza, ho solamente nervi! Una carogna mi stronca, mi si apre una piaga; un’altra carogna mi loda, è un’altra piaga; tu ci metti l’anima, ci metti il cuore, e quelli, niente, ti divorano l’anima e il cuore; tiri fuori dall’anima lo schifo, divorano anche lo schifo; sono tutti colti senza eccezione… e hanno tutti fama di alta sensibilità e tutti ti turbinano intorno: giornalisti, redattori, critici, femmine, senza darti un attimo di respiro e tutti ti incitano: “Dài dài!…” Ma che razza di scrittore sono io, se addirittura odio scrivere! Se per me è un tormento, una fatica, una incombenza dolorosa, vergognosa come schiacciare le emorroidi! Un tempo pensavo che qualcuno sarebbe divenuto migliore grazie ai miei libri… ma se non servo a nessuno! Creperò… e dopo due giorni mi avranno dimenticato e cominceranno a divorare qualcun altro. Io pensavo di cambiarli e invece sono stati loro a cambiare me, mi hanno cambiato a loro immagine e somiglianza! Prima il futuro era soltanto il proseguimento del presente e tutti i cambiamenti erano molto lontani, al di là dell’orizzonte, adesso il futuro si è fuso col presente. Loro sono forse pronti a questo? Ma se non vogliono sapere niente di niente, loro divorano e stop!! (lo Scrittore)

.”

La più profonda felicità dell’uomo è nell’essere sacrificato, e la suprema arte del comando consiste nell’additare fini che siano degni del sacrificio.
Ernst Junger L’Operaio

“Ho i ricordi di un altra vita” Ma è un sogno Dargen D’amico
Ho i ricordi di un altra vita come dice Dargen, della mia vita, delle mie altre personalità, della mia schizofrenia, di Walter Simonetti l’unico il demone che si credeva Gesù e mi dico che tutto questo non è un sogno, un allucinazione, una paranoia della mia mente. Sono fuori come un terrazzo ma non mento. Forse è l’azione della torazina che mi è stata iniettata in questi anni con la forza a farmi scavare nel passato.
Poi c’è la protesi nella mandibola, uno strano elfo sono con una strana voce sono diventato. Causata da un pugno gigantesco di un fascista rosso e poi fatta esplodere dai servizi con una siringa, operato con i soldi del blasco in una clinica privata. Ma non posso fare lastre ( questo vuol dire essere un pariah della società dello spettacolo). L’unica volta che ho tentato, anni fà mi hanno preso i giro ” Pensa alla ragazze stai benissimo” e mi hanno dato una stropicciata lastra dove non si vedeva niente, nessun cd con la situazione della mandibola. Questa è l’Italia del capro espiatorio.
Ho ricordi di un altra vita come dice Dargen, tutto è iniziato alla fine del 2000 a Bologna in una notte di fuoco dove mi sono giocato tutto e poi proseguita nella città natale dove dovevo morire ma il cecchino ha avuto paura della leggenda dell’unico, chi uccide un maestro poi…, questa era la volontà del Principe e della sua lobby dei deviati. Poi un anno vissuto pericolosamente, ricordo di essere morto e poi ritornato in vita per due volte che strani questi ricordi che strana la catalessi, con una scimmia gigantesca poi la fuga a Venezia il Carnevale dove si sono scambiati i ruoli io per la prima volta diventavo attore protagonista e non più spettatore della mia vita. I miei figli quanti figli, amo i miei figli. Per un attimo ho potuto rivederli ma è stato un attimo il leviatano post-moderno non concede nulla a chi a tradito la nazione a chi è di sangue impuro, a chi ha combattuto il fascismo rosso e nero. Ricordo che dicevo a tutta la truppa della Legione Straniera Francese “Io sono uno strano soldato della legione il soldato dell’anarchia pronto a tutto sono un morto che cammina un mostro” e per questo mi hanno cacciato anche da lì. Amen. Per una notte sono stato il protagonista, l’eroe di un programma televisivo che su Rai Tre andato in onda sotto il segreto di stato, cioè ogni cinque minuti una presentatrice diceva di cambiare canale, dove sotto gli occhi increduli dei politici e dei giornalisti ho smascherato l’abominio che tuttora esiste in questo paese “il medioevo più nero”, cioè la persecuzione dei capri espiatori (chiamati schedati come anti-italiani), il 99% di questi sono uomini e donne innocenti è solo il risentimento e la vendetta del Partito-Chiesa o Partito-Stato di stalinista memoria che oggi si chiama democratico e dalla Lobby Frankista e della lobby cattolica dell’Ordine Nero che coi loro soldi spinge il cosiddetto popolo a violentare perseguitare i paria (gli anti-italiani). Veri e propri pogrom senza ebrei su cittadini inermi . I giovani di sinistra chiamano questo una conquista dei lavoratori. Il corporativismo fascista è una conquista?
Io resisto, io esisto, l’unico ha riposto la sua causa sul nulla!

Essere uomini nell’inumano Adre Ady
Poi dal mio cuore malato, straziato ,
Mi viene, ancora, in mente mi viene;
Il calcio d’un fucile il cuore mi ha sfondato,
Mille orrori gli occhi mi han logorato,
Un genio muto la gola mi ha strozzato,
E la follia il mio cervello ha sbriciolato.

Julie la mia stella del mattino

C’è sempre nelle tue parole e immagini una ricerca e definizione sublime.

“Basta amare un essere con tutto il cuore, perché tutti gli altri ci sembrino degni d’amore” W.Goetthe

Trovarti in questo oceano virtuale è stata un impresa alla Don Chischiotte perché è tutta una vita che lotto contro i mulini a vanto! Sei una luce nel deserto un oasi che rinfresca la mia mente provata da mille illusioni, ti lascio con un bacio.

Il tuo sguardo allo stesso tempo toglie il fiato e da ansia perché così è la bellezza.

Un sorriso vale più i mille parole.

Il giorno che sta nascendo spero che abbia i tuoi occhi così belli e fiduciosi.

Buongiorno il sorriso di un angelo può cambiarti il verso di una vita andata ai resti, il sorriso di un angelo è miracoloso.

Non si si può tradurre la bellezza lei esiste è presente in te dalla nascita.

Vola e guarda sempre in alto perché non cadrai mai sei un angelo di questi tempi oscuri.

Il tempo passa ma tu resti una certezza una irresistibile sirena che incanta i miei occhi e offusca la mia mente è un sogno ad occhi aperti.

Guardandoti si con l’immaginazione toccare il cielo con un dito…

Sperare anche quando tutto il mondo remi contro con la forza dell’amore.

Qual sarà il tuo segreto? Io leggo nei tuoi occhi e sento nella tua voce la poesia incontaminata di un angelo caduto tra uomini e donne posseduti da un Dio che non ammette eresie il denaro, dico questo perché un tempo ero uno stregone per i calunniatori un ciarlatano. Ma vedevo nel futuro una maledizione gli uomini non vogliono sapere il proprio destino. Ho visto anche il mio…

Il passaggio al bosco può essere una metafora, una scelta obbligata, può essere uno stile di vita di ricerca della felicità. Il mio forse si è capito è una scelta obbligata sono come un fuorilegge che cerca nel bosco un ancora di salvezza. Ma non è semplice a volte il bosco può bruciare e uno si ritrova nel mondo di sopra spaesato con una taglia sulla testa.

Forse è impossibile non basterebbero mille parole per aprire il tuo cuore perché è quello di un angelo senza padrone, che vive tra di noi fortunati di aver per poco incontrato la sua anima.

Tu sei la musa per ogni artista che abbia un cuore e degli occhi, tu sei la musa che tutti stavamo aspettando, tu sei la musa ed io sono arrivato un minuto dopo venti anni dopo, sono arrivato in ritardo ma ti amo ancora di più con lo spirito di un ribelle.

Sirena dei mari esci ora allo scoperto per fare compagnia ai miei pensieri che non sono sempre belli. Ma tu sirena allievi le ferite e con la poesia fai sognare.

Vorrei essere un insetto per poter volare vicino al tuo corpo stella del mattino. Osservarti è come rinascere di nuovo senza macchie in un altro continente ma sai bene che è solo un sogno di un uomo disperato.

Stella del mattino un ultima parola prima dell’evento! Prima che tutto evapori nella condanna del silenzio. Tu sei come una super eroina in ogni luogo e manifestazione ti trasformi in un incantevole stupore.

Hai dei poteri magici oltre quella dolce fiera bellezza e intelligenza che non guarda in faccia a nessuno anche se c’è del rispetto nei tuoi occhi c’è quella tenerezza e sensibilità che io ho perso forse per sempre, diventando il mostro della laguna nera, perché l’evento si sta avvicinando. I giorni sono tutti uguali attaccati dal nemico peggiore la solitudine. Questa è epoca di passioni tristi, Nichilismo reattivo, adorazione del denaro il vero Dio, il mio sogno è dargli fuoco ai soldi. La politica ha fallito per questo ne sto lontano qui in Italia il paese è in mano ad una Lobby che decide chi può vivere e chi invece è il paria della società dello spettacolo. La sinistra che viene dalli stalinismo oggi democratica non ha reciso nessun legame con queste barbarie medievali come il capro espiatorio ci sono anche qui interessi clientelismo e Devianza estrema. Tutto questo è nascosto dal segreto di Stato.
Io sono l’ultimo degli anarchici stirneriani tutti gli altri sono evaporati.
Ho fatto un patto con potenze ultra dimensionali come li facevano gli antichi Sumeri.
Non dimenticarmi nel bene e nel male il tuo Poeta. Che sta tramontando verso un orizzonte e una nuova vita

Il primo segno dell’inizio della conoscenza è il desiderio di morire. Questa vita sembra insopportabile, un’altra, inaccessibile. Non si ha più vergogna di voler morire. Si domanda di lasciare la vecchia cella che si odia per essere trasferiti in una nuova cella che si imparerà a odiare. Un rimasuglio di fede continua comunque a farti credere che, durante il trasferimento, il padrone passerà per caso nel corridoio, guarderà il prigioniero e dirà: non rimettete in carcere costui, egli verrà da me (Frana Kafka).
e cosa ti manca? Tutto! Manca l’essenziale l’amore.

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.” (pp. 41-42) Trattato del ribelle Junger

“Il legame tra l’uomo e il Totem è reciprocamente benefico: il Totem protegge l’uomo, e l’uomo dimostra il suo rispetto per il Totem il molti modi , non uccidendolo…” James G. Frazer Totemismo

“Tu sei un Totem dobbiamo distruggerti per avere il tuo potere” un satanista (franchista) della provincia paranoica

“Non ti preoccupare se non hai ancora fatto quello che dovevi, eri impegnata a salvarti la vita.” Alessandra Perna

Un cervello da fermare.

Vogliono fottere la mia mente?! Al lupo al lupo! Hanno fottuto la mia mente. Quella dell’Unico che si iniziato da solo all’arte. Ci sono voluti 17 anni, 10 ricoveri in psichiatria, iniezioni illegali di sostanze vietate, tra cui l’eroina, di lavaggio del cervello, attacchi psichici, processi sommari sulla pubblica piazza, mentre il mondo fuori continua la sua corsa nel menefreghismo assoluto. Agenti speciali dell’Ordine dal passato glorioso, spacciatori di eroina di Stato con i valori che invocano la forca per gli altri, militanti del Partito-Leviatano con che ancora usano i metodi staliniani, con le loro sentenze fuori dal mondo “Tu non potrai avere rapporti”… estremisti di destra, di sinistra e di centro. Vogliosi bramosi di aumentare il proprio conto in banca di farsi una posizione. Il salario garantito nella loro lotta contro il lavoro non è mai arrivato quindi per il vecchi cattivi maestri è più facile chiedere il conto, essere a libro paga della lobby Frankista e partecipare al banchetto cannibale, allo stupro dei capri espiatori: ex anarchici stirneriani e persone che non hanno nessuna colpa se non quella di aver detto la verità alla comunità europea sui crimini del Partito Stato di questa onesta Repubblica fondata sulla sfruttamento del lavoro nata dalla resistenza, che un tempo tutti noi si è combattuto senza quartiere. Per i nazi-fascisti e i cattolici fondamentalisti e come ritornare al ventennio alla persecuzione del diverso, del ebreo è come un sogno che diventa realtà, la comunità che torna al medioevo, sangue suolo e che si erige a giudice e boia. Per tutti gli altri è la devianza, il virus della lobby, “la redenzione attraverso il peccato”Jacob Frank .
Ma noi resistiamo chi al confino chi rinchiuso in manicomio, in bilico vicino al suicidio col la morte dalla nostra aspettiamo il giudizio della Forza primordiale.

C’è qualcosa nel mondo che costringe a pensare. Questo qualcosa è l’oggetto di un incontro fondamentale e non di un riconoscimento (Deleuze 1994)
Jean-Jacques Rousseau che afferma “Se mai c’è stata al mondo una storia certa e provata, quella è la storia dei vampiri. Non manca nulla: i rapporti ufficiali, le testimonianze di persone attendibili, di chirurghi, di preti, di giudici. L’evidenza è completa”,
Sogno ad occhi aperti il mio Maestro Ananda? Dove sei? Sono allucinazioni, ti sei perso nei trip mentali indotti dall’isolamento, dalla depressione e dalla patologia (borderline) dicono i medici della terza via quella di Tony Blair il paradiso in terra il capitale che si è fatto uomo. Sono sogni virtuali, sembrano reali come le nuvole che ti passano sopra e tu fai i tuoi progetti di fuga nelle colonie extramondo, mentre loro formano strani disegni come fossero forze primordiali che attendono il loro momento per adempiere alla verità alla giustizia alla compensazione. Attraverso gli astri solo li c’è la pace sperata. Mentre ora abbiamo anche in Italia un gaucho insostenibile figlio del fascismo rosso non nasce dal niente, che non mantiene la parola data disonore, disonore, disonore. E l’alternativa a cinque stelle come la destra reazionaria e populista è la merda a cui bisogna stare lontano perché infetta per loro il capro espiatorio è intoccabile un vanto per lo Stato di diritto. I paria noi capri espiatori della società dello spettacolo siamo per tutti questi vecchi e nuovi politici dei mostri da massacrare fino alla fine dei tempi (homo sacer) diceva il vecchio filosofo che non voleva essere nominato, siamo come l’ebreo errante condannati in eterno, per cosa? Per aver offeso e screditato lo Stato, il Partito il vero il Moloc, Il vero mostro del 900? La maggioranza degli intoccabili sono in verità degli innocenti, sono il capriccio e la devianza dei finanzieri Frankisti (dei loro riti antinomiani) e dei loro amici stalinisti in ritardo di un secolo che ricercano l’immortalità e si divertono a violentare dei poveri cristi applicando le leggi del medioevo e del ventennio fascista che a parole condannano. Si credono dio in terra. Ma Dio è Morto!!
Parlo da solo come i matti sono sulla strada di Paolo ho visto la luce mentre venivo avvelenato con iniezioni di torazina e altre sostanze dai servizi della società liquida che mandano il cervello in game over. Ma ho tenuto duro e dalle parole ho imparato tanto e dai miei figli ho imparato il rispetto e l’amore. Sono il messia vagabondo sono il Messia del nulla.

Sono giorni strani dove la tensione si respira nell’aria, gente camuffata travestita come a carnevale con le maschere che fanno paura è un film dell’orrore di Pupi Avati ma siamo già oltre il tempo massimo, dopo gli anni zero e ciarlano convinti dalla tirannia dei valori ( i valori sono stati costruiti dalla borghesia per darsi un tono per ereditare il potere divino dell’aristocrazia e giustificare il dominio e l’espropriazione sui proletari e lumpen senza controllo). Cercano questi nuovi missionari del pensiero unico di plagiarti di confonderti con la persuasione e con il solito atteggiamento unidirezionale che ha un limite non accetta la differenza quella vera. IL missionario ti vuole dire è giusto che tu sia un capro espiatorio, un paria, della società dello spettacolo sei nato per subire, questi sono i grandi valori liberal democratici del bel paese. A loro interessano soltanto i soldi giovani o vecchi sono gli eredi della grande tradizione dello stalinismo, della socialdemocrazia, sono gli eredi del fascismo e della Santa Inquisizione oggi democratici, populisti, liberal fascisti, qualunquisti, con le stelle sul petto oltre la destra e la sinistra uniti per un nuovo Auto da fé.
Oggi quindi mancano le parole, anche quelle più importanti per definire un non vissuto quotidiano. La deriva senza approdi è come una discesa all’inferno. L’inferno cari preti è qui sulla terra l’avete costruito voi. Si può definire questo vivere? Uno direbbe cosa ti manca? Tutto! Manca l’essenziale l’amore.

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Agosto 2018 L’ESTINZIONE dei discendenti dei Sumeri

https://archive.org/details/Agosto2018Ucronia

Il
nazismo ha perso ma in realtà ha vinto la guerra. Dove? nelle
cliniche dei ringiovanimenti su bambini negli anni 70 in molti paesi
dell’Europa occidentale, in Italia più di 120 sono stati
ringiovaniti di questi alcuni non ce la fecero. Nei laboratori in
quasi tutto il mondo dove si fanno esperimenti genetici creando dei
mostri a condurli sono una setta nazisti risparmiata e usata dalle
potenze vincitrici. A guidarli c’è uno che si fa chiamare maestro
è un pazzo nazista che usa per cavie quelli che lui chiama scarti,
rifiuti, dannati della terra, tossici, paria di ogni Stato, di ogni
minoranza. La scusa è che si fanno esperimenti per il miglioramento
del potenziale umano ma in realtà il nazista sta continuando il
progetto nazista con il consenso dei governi di quasi tutto il mondo,
i primi sono stati gli USA. E’ uno scandalo al sole nessuno ne può
parlare c’è il segreto di stato.

IL
maestro nazista è centrale per quanto riguarda i ringiovanimenti
degli anni 70, e per quanto riguarda l’abominio del “capro
espiatorio” che viene praticato in molti paesi occidentali l’Italia
in primis. Insieme ai finanzieri della Lobby Frankista antinomiana è
loro l’idea(la redenzione attraverso il peccato) e al Partito
Chiesa ufficialmente difensore dei diritti civili e delle classi meno
abbienti, ma in realtà porta avanti la persecuzione di persone che
non hanno per il 99% commesso nessun reato. Dal giorno alla notte
diventano anti italiani e la loro vita diventa un incubo, sotto posto
ad ogni tipo di violenza. C’è il silenzio generale anche perché
la violenza di Stato non fa prigionieri in un cosi detto Stato di
diritto. Poi ci sono i soldi che comprano le coscienze di milioni di
persone che accettano come fosse normale questa norma che viene
diretta dal ventennio fascista. E poi gridano sui social contro il
fascismo. Gli altri Partiti sono complici avendo anche loro Lobby che
fanno clientelismo ai loro simpatizzanti.

Per
noi ormai quasi estinti non ci rimane che pregare i nostri Dei!

PS: Un
vento ribelle nel pensiero e iconoclasta nell’azione con gli spiriti
dei propri guerrieri morti è riuscita nell’impresa di sgominare la
Setta del Maestro Nazista i paesi mezzo Mondo gli USA in testa
chiedono vendetta il loro segreto di pulcinella è venuto a galla per
qualche giorno. So che ricominceranno a fare e praticare il nazismo
nel terzo millennio ma intanto degli scarti della società gli hanno
dato una lezione. Anche se è l’ultima cosa che faranno.

la vita continua anche dopo l’umliazione su twitter

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Per me è sempre stato un mistero perché gli uomini si sentano onorati quando impongono delle umiliazioni a propri simili.
(Mahatma Gandhi)

Chi non ha conosciuto l’umiliazione ignora che cosa significhi arrivare all’ultimo stadio di se stessi.
(EM Cioran)

La vita continua anche dopo questa umiliazione anzi quando ho realizzato il tutto ho ripreso forza, l’ansia sembra svanita. Certo mi hanno cacciato da quel social network (twitter) ma onestamente per me è un onore non farne parte. Non c’è stato nessuno, dico nessuno, che mi abbia detto qualcosa di stare attento, di evitare quella nazista, che era tutta una presa in giro, ma pesante per portarmi al estremo vicino al suicidio. Perché parlo di suicidio perché ne avevo parlato in quel contesto che sono 15 anni che il pensiero della morte mi assilla. Ma non bevo più e quindi la depressione che dava l’alcol è sparita.

La fratellanza mi dice che i torti subiti saranno resi questo mi da sollievo, questi nazisti non godranno per sempre nel massacrare chi non si può difendere. Pensa di essere in un film di essere la regista, questa influncer di merda,di poter fare e disfare quello che vuole col la massa di uomini che la segue in tutto e per tutto e che ogni tanto scopa così innamorata del suo uomo come dice nella bio.

La mantide nazista di Milano pensa di avermi distrutto ed invece NO! Sono solo uscita da Twitter un social che fa schifo

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SONO STATO ABBINDOLATO ED UMILIATO, VEZZEGGIATO DA UNA MANTIDE, UNA DONNA CHE NON HA NESSUN VALORE COL SUO GREGGE DI PECORE POSFASCISTE, FASCISTE, COMPLOTISTE, COMUNITARISTE ALLIEVI DI DIEGO FUSARO SU TWITTER

Il disturbo borderline di personalità è un disturbo di personalità le cui caratteristiche essenziali includono la paura del rifiuto, l’instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé, nell’identità e nel comportamento. Possono essere presenti ira incontrollabile e depressione. Tali comportamenti sono presenti fin dall’adolescenza e si manifestano attraverso una varietà di situazioni e contesti.[1]

sintomi solitamente includono, oltre alla paura del rifiuto, intensi timori di abbandono, rabbia estrema e irritabilità, spesso per ragioni che gli altri hanno difficoltà a comprendere o considerano futili.[1][2] Le persone con tale disturbo sono spesso impegnate nell’idealizzazione e/o svalutazione degli altri, che consiste nell’alternanza tra un’alta considerazione positiva (per esempio del partner o di se stessi) ad una netta svalutazione.[3]Pratiche di autolesionismo, ideazioni suicide e abuso di sostanze sono frequenti.[4] Vi sono prove che anomalie del sistema limbicosiano correlabili a molti dei sintomi.[5]

Si è presentata come un angioletto in quel social network, col suo bel visino mascherato, che ama il suo uomo mentre si scopa metà dei suoi amici. Raccontami la tua storia io voglio capire conosco i disturbi di personalità e capisco la vostra sofferenza. Era tutta finzione lei godeva finalmente possiamo coi miei amici di merda umiliare questo fallito, perdente questo rifiuto della società. E si è divertita tanto quando io raccontavo la vita e le allucinazioni io mi fidavo ciecamente ho pensato finalmente mi posso fidare di qualcuno e anche di più avevo perso la testa per lei. Ma ero tutto un gioco al massacro voleva e volevano vedere fino a che punto resistevo. Sono scoppiato e lei godeva un attacco d’ansia che mi ha devastato e lei godeva ridendo coi suoi amici guardate il perdente, il fallito,il mentecatto, come fossi un ebreo da violentare perché per voi gli ebrei sono inferiori. E con me recitava ha sempre recitato la parte dell’amica visto che di più non potevo essere mi diceva. Alla fine riflettendo sono uscito ho disattivato il miei profili e ti dico addio a mai più maniaca, avrai anche 100.000 follower ma rimani una merda deviata, razzista fuori dal mondo, nient altro che una nazista. Mentre io sono solo seguito dalla morte lei dice, ma non ha capito che io della morte non ho paura anche se sono fragile a volte. E’ la mia vita non vi ho dato il permesso di entrare, le storia di bullismo prevaricazione passato sono finite vi credete dei super uomini, che dal alto possono rovinare la vita di uno che sta male. Perché non si deve lamentare ma stare zitto sei un perdente quindi taci e subisci in silenzio, ma io sfigato non sto zitto topi di fogna, questi sono i fascisti del terzo millennio, comunitaristi e simili, vediamo come e andrà va la storia.9788804588504_0_0_300_75

Economia politica dell’antisemitismo di Robert Kurz

I. La relazione tra lavoro e denaro è stata fin dal principio un tema cruciale di discussione nell’ambito dell’economia politica. L’astrazione «lavoro», proprio come la nuda merce, affrancata da ogni rapporto che non si plasma sulla sua forma, è indubbiamente un prodotto della modernizzazione capitalistica. Ma alla superficie del moderno rapporto feticistico l’apparenza è che il denaro (capitalistico) abbia detronizzato il lavoro e la merce, sebbene sia l’uno che l’altra rappresentino solo stadi di transizione del medesimo denaro nella forma di capitale. Questo abbacinamento superficiale genera l’impulso verso la «liberazione», in un modo o nell’altro, del lavoro e della merce come forme fenomeniche capitalistiche dal denaro, che è il medium autotelico del capitalismo stesso.

Durante il XVIII e XIX secolo, nel corso della conversione progressiva del denaro in capitale «produttivo», che fece così il suo ingresso nella moderna razionalità aziendale, contro il denaro nella forma di capitale iniziarono ben presto a proliferare le utopie del lavoro e della merce. Ad esempio gli utopisti del lavoro interpretarono le idee dell’economista classico David Ricardo nel senso che le merci prodotte dai lavori privati avrebbero dovuto «riferirsi l’una all’altra direttamente in quanto prodotti del lavoro sociale»1 (vale a dire senza l’intermediazione del denaro) come rilevò criticamente Marx.

In realtà si tratta solo di una contradictio in adjecto: «I prodotti dovrebbero essere prodotti come merci, ma non scambiati come merci».2 Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) rovesciò questa falsa utopia del lavoro in un’utopia della merce altrettanto falsa sulle medesime basi ideologiche: ogni merce avrebbe dovuto essere al contempo e in forma immediata, «denaro»; con il suo abituale sarcasmo Marx paragonò questa tesi alla pretesa utopica del filisteo borghese di «poter far Papi tutti i cattolici».3 In effetti, proprio la separazione del denaro dalle altre merci è il presupposto della riduzione di tutte le merci, con le loro differenze qualitative, ad un denominatore comune astratto, nonché della loro conciliabilità reciproca.

L’idea assurda di Proudhon, che pensava effettivamente di liberare l’«onesto» lavoro e l’«onesta» merce dalla tirannia del denaro mediante lo scambio «diretto» delle merci sulla base del «denaro-lavoro», sfocia nel paradosso per cui si vorrebbe continuare a produrre merci pur abolendo, allo stesso tempo, le condizioni della loro produzione. Il tentativo di sottrarre al denaro la sua natura di «merce universale» (merce regina) – proprio la qualità che lo rende denaro – è in sé contraddittoria. È come se la soggettività schizoide modellata sulla merce cercasse un’ancora di salvezza nel lato apparentemente «concreto», quello del lavoro e della merce, per sbarazzarsi o, almeno, per tenere a freno il suo alter ego, la soggettività astratta del denaro, senza attaccare la base sociale di questa scissione. Il soggetto borghese vuole sopprimere la società borghese, senza sopprimere se stesso in quanto soggetto borghese. Tutti i tentativi di Proudhon di cancellare il potere incompreso del denaro con le «banche del popolo», mediante cui sarebbe stato possibile scambiare merci attraverso un «denaro-lavoro senza interesse» (crèdit gratuit), finirono tutti inevitabilmente con un fallimento pratico.4

L’insulsa utopia del denaro, che ripudia il denaro in quanto tale, attribuisce sistematicamente i mali e le catastrofi del capitalismo non al fine-in-sé del lavoro astratto ma unicamente al fine-in-sé del denaro, che del primo è solo il rovescio. La critica non colpisce la logica profonda della razionalità aziendale, con i suoi potenziali distruttivi, ma solo la presunta ingiustizia nella ripartizione e nello scambio dei beni sul livello della distribuzione e della circolazione. In pratica la produzione capitalistica e la razionalità aziendale potrebbero benissimo continuare a funzionare mentre la distribuzione e la circolazione capitalistica dovrebbero essere abolite. Ma allora il «capitalismo» non viene identificato con il capitale reale o produttivo dell’industria, dell’agricoltura industriale e dei servizi, ma solo con il capitale produttivo di interessedella sovrastruttura finanziaria, concentrato nel sistema bancario.

Di conseguenza, secondo Proudhon, il famigerato «plusvalore» non deriva dal dominio della razionalità aziendale sulla produzione ma solo dalla posizione privilegiata del denaro (e quindi del suo possessore) nello scambio. Un’idea che venne poi ripresa e ulteriormente sviluppata all’inizio del Novecento dal commerciante tedesco-argentino, nonché teorico del denaro, Silvio Gesell (1862-1930) nella cosiddetta Teoria dell’economia libera. Nondimeno concetti analoghi si trovano anche nel mistagogo e antroposofo austriaco Rudolf Steiner (1861-1925), propugnatore di un presunto ordine economico «naturale».5 Meno conosciuto, anche se non meno influente, fu un economista tedesco degli anni Venti, Gottfried Feder (1883-1941),6 che professava grossomodo le stesse idee. Per Proudhon, così come per i suoi successori teorici, la pietra dello scandalo consiste, se vogliamo usare le parole di un geselliano dei nostri tempi, «nella posizione di svantaggio di chi offre lavoro e merce (e domanda denaro) nei confronti degli offerenti privilegiati di denaro (che domandano lavoro e merce)» (Suhr 1983).7

 

II. Ma in che cosa consiste effettivamente questo «privilegio» del denaro, autentica spina nel fianco dei nemici acerrimi del capitale produttivo di interesse? A giudizio di Proudhon in una semplice prerogativa del possessore di denaro: quella di poter attendere il momento più propizio per concludere lo scambio mentre gli offerenti di merci e denaro devono impegnarsi in transazioni immediate per procurarsi l’«equivalente universale» (denaro) e quindi il relativo potere di acquisto. Questo vantaggio consente al possessore di denaro di «mettere un catenaccio» al processo di mercato, che è disposto a rimuovere solo in cambio di un risarcimento speciale – l’interesse – che gli attori economici «produttivi» e i mediatori sui mercati reali sono costretti a pagare. Proudhon non fu mai neppure sfiorato dal pensiero che questo potere peculiare del denaro, la sua posizione di forza sul mercato, non fosse il frutto di un «errore», né di «arroganza» (né tantomeno che sia indipendente dalla soggettività del possessore di denaro) ma nasca invece dal fatto che il sistema della merce necessita di uno strumento di rappresentazione e di mediazione nella forma di un equivalente generale.

I nipotini programmatici di Proudhon preferirono tenersi alla larga dalla crosta di ghiaccio sottile della riflessione teorica politico-economica. Conformemente alla loro mentalità do-it-yourself da ingegneri sociali da strapazzo scelsero di fondare il potere specifico del denaro nei confronti del lavoro e della merce su di una base puramente «tecnica» o quasi fisica. A differenza delle merci il denaro, così pensava Gesell, non deperisce, né richiede, come nel caso della forza-lavoro, un gran dispendio di risorse per il suo sostentamento; in altre parole non genera «costi di manutenzione» o di stoccaggio (cfr. Silvio Gesell 1924).8 Ed anche per il neogeselliano Helmut Creutz, candidato al «premio Nobel alternativo» consiste in questo il problema fondamentale: «Supponiamo di chiudere in una cassaforte per due settimane una somma pari a diecimila marchi, di custodire in un magazzino per lo stesso periodo merci per un valore di diecimila marchi, di segregare in una stanza, sempre per due settimane, cinque uomini che guadagnano normalmente diecimila marchi. Scaduti i 14 giorni si aprono le porte: è ragionevole attendersi che i cinque occupanti della camera siano morti, che la maggior parte delle merci nel magazzino si sia deteriorata; le banconote nella cassaforte, tuttavia, saranno fresche come non mai» (Creutz 1994).9

Ma allora l’assenza di costi di mantenimento per il denaro viene sfruttata dai suoi possessori per estorcere dagli attori produttivi sul mercato un «pedaggio» nella forma dell’interesse, che si assicurano così un’iniqua «rendita parassitaria», ostacolando nel contempo il processo della produzione e dello scambio. Finché dura la tirannia del «capitalismo dei padroni del denaro», ossia del capitale produttivo di interesse, nel caso in cui la circolazione delle merci ristagni, il flusso del lavoro e del denaro può essere stimolato solo mediante il ricorso «artificioso» e nocivo all’inflazione, che affligge coloro che vivono del loro lavoro e della loro fruttuosa attività di risparmio perché la piovra del capitale finanziario si mette al riparo semplicemente aumentando il suo «pedaggio».

Il rimedio che Steiner, ma soprattutto Silvio Gesell – cui si deve lo sviluppo più ambizioso di questa teoria – vollero indicare consiste in una vera e propria panacea, che lo stesso Marx, a suo tempo, in riferimento a Proudhon e ai socialisti ricardiani,10aveva definito, come un’«acciarpatura monetaria».11 Steiner e Gesell non intendevano più scottarsi le dita con le «banche di scambio» di Proudhon ma speravano invece di aggirare la logica del denaro grazie ad un’«invenzione» amministrativa, degna dell’Archimede disneyano. Era giocoforza sostituire il denaro tradizionale con un «denaro soggetto a invecchiamento» (Steiner) oppure con un «denaro che si arrugginisce» (Gesell), cioè con il «denaro libero» dei mestieranti della teoria economica alternativa. Ma che cos’è realmente questo denaro «ossidabile» e come lo si può distinguere dalla normale inflazione?

Gesell propose che tutte le banconote circolanti (e tutti i conti bancari liquidi) subissero una svalutazione automatica pari a circa il 5% annuo («Schwundgeld»).12 La conservazione del valore nominale avrebbe richiesto l’applicazione di una marca del valore corrispondente oppure una timbratura in cambio di un tributo. In questo modo anche il denaro sarebbe stato gravato, in futuro, da «costi di manutenzione» e così il suo possessore avrebbe perso ogni vantaggio nei confronti del possessore di merci e di forza-lavoro. Invece il denaro depositato a lungo termine nel sistema bancario sotto forma di risparmio, la base dei crediti senza interesse, sarebbe stato risparmiato in maniera altrettanto automatica da questo «deperimento» o da questa «riduzione». Gesell si illudeva così di aver preso tre piccioni con una fava: in primo luogo uno stimolo per l’economia in quanto non vi era più alcuna ragione per tesaurizzare il denaro o impiegarlo come fonte di interessi ma tutti si sarebbero affrettati a spendere il loro denaro nell’economia reale, per evitare il tributo dei «costi di mantenimento» amministrativi. Secondariamente ne avrebbe giovato anche il risparmio, nonostante l’abolizione dell’interesse senza surrogati, poiché i depositi a lungo termine erano immuni dalla «riduzione» amministrativa delle banconote circolanti e dei depositi liquidi. Infine anche la moneta si sarebbe stabilizzata in virtù dell’invariabilità della misura per il potere d’acquisto e per i crediti. Dopo la fine del malefico capitale produttivo di interesse il denaro, pur conservando le sue indispensabili funzioni, non avrebbe più goduto di alcun vantaggio sulle altre merci e, in questo modo, si sarebbero finalmente gettate le basi per una prosperità e una stabilità durature. Fin qui la panacea.

 

III. Non si può negare che questa presunta «astuzia» ben si concili con il positivismo del «sano» senso comune economico, che presuppone irriflessivamente le categorie del sistema moderno della merce, da rimaneggiare, nel caso di una crisi, solo in una forma diversa e «razionale». «Percorsi verso un’economia di mercato immune dalle crisi» (Helmut Creutz): un’utopia piccolo-borghese solletica nell’intimo l’anima della merce. Comunque sia la maggior parte degli esponenti della teoria economica ufficiale non vide di buon occhio la panacea geselliana, impossibile da mediare nella teoria e nella pratica con le grandezze complessive della contabilità economico-nazionale; per giunta i geselliani (così come gli antroposofi), con la loro tipica aria stravagante da setta di miglioratori del mondo, suscitarono la repulsione della scienza accademica. Va detto però che John Maynard Keynes (1882-1946), per molti anni il pontefice massimo dell’economia politica, manifestò in numerose pagine della sua Teoria generale un vigoroso apprezzamento per Gesell e per le sue idee.13 I neogeselliani contemporanei lo rammentano non senza orgoglio, insinuando addirittura mediante enigmatiche allusioni che l’«autentica» analisi del capitale e l’«autentico» progetto di Keynes siano stati liquidati proprio perché si armonizzavano con la ricettina di Gesell.

In realtà non è difficile spiegare questa affinità elettiva tra Keynes e Gesell. Sia Gesell che Keynes, come tutti gli altri economisti del moderno sistema feticistico, abbracciano il senso comune plasmato sulla merce, rinunciando aprioristicamente ad indagare criticamente come tali le categorie reali «lavoro», valore, merce, denaro, mercato; per essi l’uomo è fin dal principio un produttore di merce. Come si sa Keynes ambì ad elaborare una teoria contro la crisi, restando però sul terreno della produzione di merci, di rimediare alla paralisi incombente (e negli anni Trenta manifesta) della produzione e del mercato capitalistico, garantendogli una fluidità duratura. Keynes era ben conscio del fatto che il dogma classico e neoclassico che postula il «potere di autorisanamento dei mercati» e l’equilibrio automatico tra domanda e offerta, in assenza di «fattori extra-economici», era stato smentito dai fatti. La sua idea fu di stimolare la riproduzione nella forma merce, ormai inaridita, attraverso la domanda artificiale dello Stato (che, se le circostanze lo avessero richiesto, avrebbe potuto benissimo essere del tutto insensata). C’era un prezzo da pagare per tutto questo, e cioè l’inflazione, la croce del keynesismo nel dopoguerra, che contribuì alla svolta «monetarista» di Milton Friedman e della Scuola di Chicago. Non è sorprendente che Keynes avesse adocchiato con cupidigia le ricettine geselliane, anche se non riuscì ad imporle nella sua scuola teorica e nella politica economica concreta.

Sia Keynes che Gesell presero espressamente partito per il moderno feticismo protestante del lavoro e per il fine-in-sé economico del lavoro nel sistema della merce. Keynes riteneva che, pur di generare «redditi» monetari con cui mantenere in vita la produzione di merce, valesse certamente la pena di scavare buche per poi riempirle. Questa autotelia del lavoro, interna al sistema della merce, rende necessaria la cosiddetta «occupazione» (un termine che ricorda la prassi terapeutica di una clinica psichiatrica) conformemente ai criteri della razionalità aziendale e nel disprezzo più assoluto per il contenuto concreto dell’attività e per i principi sensibili ed estetici. L’autodeterminazione presunta viene intesa a priori come sottomessa al dettato della forma merce totale e dei suoi criteri autotelici astratti. Al cospetto del «lavoro» astratto e delle leggi del mercato gli individui non potranno mai divenire autonomi nei confronti di una necessità supposta come «naturale».

I geselliani, precisamente come Keynes, non sfiorano neppure il folle fine-in-sé del lavoro astratto. Per essi l’unica cosa che conta è la «giustizia distributiva» sul terreno del sistema feticistico basato su lavoro-merce-denaro (mentre Keynes pensava in termini più funzionali al sistema). Questo obiettivo limitato – che fu un motivo dominante anche nel movimento operaio – viene espresso magnificamente già dalla prima frase del capolavoro di Gesell: «La fine della rendita svincolata dal lavoro […] è l’obiettivo economico immediato di ogni impegno socialista»;14 conformemente all’ideologia di massa del XIX secolo viene rivendicato il «diritto alla piena retribuzione del lavoro».15 E poiché la violazione di questa «giustizia» viene addebitata esclusivamente alla sfera circolativa e all’interesse, non solo il fine-in-sé del «lavoro» e dell’«occupazione» ma anche la razionalità aziendale rimane esente da qualsiasi critica. Questa razionalità non viene neppure percepita nella sua essenza e nella sua logica distruttiva, ma solo nella prospettiva della giustizia distributiva; siccome il capitalista industriale, oppure il manager, viene considerato una figura funzionale necessaria, anche i suoi guadagni appaiono giustificati, ad esempio sulla base della teoria schumpeteriana della «personalità imprenditoriale» (propensa al «rischio», all’innovazione etc.). Di fatto i geselliani deprecarono la triste sorte dei giovani imprenditori «creatori di posti di lavoro», sfruttati e insidiati nella loro attività filantropica, proprio come i rispettivi lavoratori salariati, ad opera dei malvagi bottegai del capitale finanziario.

Nonostante le illusioni dei geselliani, tuttavia, la razionalità aziendale, con la scomparsa dell’interesse, non perde affatto la sua qualità distruttiva. La logica fondamentale della «valorizzazione del valore», su cui si è formata la ragione aziendale astratta e desensualizzata (diversamente dalle altre forme di attività umana produttiva), non scaturisce dal «pedaggio» che il denaro esige nella circolazione. Invece è stata proprio la produzione di guadagno astratto sul livello della produzione materiale a creare un sistema della merce in grado di ricoprire e di assorbire la totalità della produzione materiale. I geselliani partono dal presupposto di una produzione di merce universale, totale, assieme a tutte le categorie relative, trascurando completamente le sue «condizioni di esistenza».

In realtà il capitale commerciale e il capitale produttivo di interesse esistevano già da millenni, come forme sociali di nicchia, senza che sulla loro base fosse mai stato possibile erigere un sistema produttore di merce. Fu solo a partire dal Rinascimento, soprattutto dopo la rivoluzione industriale del tardo XVIII secolo, che la produzione materiale venne organizzata in funzione della produzione di guadagno astratto e che le categorie moderne di «lavoro», «occupazione» ed economia di mercato presero forma gradualmente come determinazioni sociali generali. I geselliani, che fanno coincidere il «plusvalore» con l’odiato interesse, vorrebbero conservare queste determinazioni senza il loro presupposto logico. Si dà il caso però che, in sintesi, senza produzione di guadagno astratto («plusvalore»), non vi sarebbero neppure «occupazione» e «lavoro». La generalizzazione della produzione sociale di merce è possibile solo grazie al processo cibernetico del lavoro astratto, ovvero mediante l’incessante metamorfosi del lavoro vivo in lavoro morto, «incarnato» nella forma-merce e nella forma-denaro come altro da sé. La condizione logica e pratica di questo processo è la produzione di «plusvalore», sostanzialmente irriducibile al problema secondario della distribuzione del reddito, poiché è da essa che si origina la forma monetaria generale del reddito. Una volta frainteso il rapporto tra la merce e il denaro, nella misura in cui al denaro viene rimproverata la sua egemonia sulla merce, viene frainteso necessariamente anche il rapporto tra il denaro e il plusvalore; da una parte si vorrebbe abolire il «plusvalore», concepito come un tributo al capitale produttivo di interesse, e dall’altra tuttavia, nonostante ciò, il sistema della merce e della mediazione monetaria dovrebbe continuare ad esistere.

 

IV. Ignorando il problema fondamentale della moderna produzione sociale della merce i geselliani, mediante il ricorso alla loro famosa panacea, non sono neppure in grado di spiegare, né tantomeno di risolvere la crisi ecologica odierna. L’indifferenza del sistema della merce nei confronti del contenuto sensibile e delle conseguenze ecologiche della produzione non dipende tanto dal prelievo degli interessi da parte del capitale finanziario quanto piuttosto, in primo luogo, dall’astrazione sociale della forme-merce universale e della razionalità aziendale stessa. Costrizione al lavoro, lavoro e «occupazione» – che dovrebbero mantenere perennemente in funzione il sistema della merce (lo scopo dichiarato dei geselliani) – determinano già l’indifferenza nei confronti del contenuto concreto poiché l’obiettivo si riduce all’«occupazione» e ai redditi monetari in quanto tali, senza alcun riguardo per il lato qualitativo e la sensibilità ecologica del dispendio di lavoro. Proprio come l’economia borghese anche l’economia geselliana non ha un organo di senso a questo scopo, confidando solo in qualche buon proposito, improvvisato alla bene e meglio a posteriori.

Anche l’«esternalizzazione» dei costi sulla natura, come conseguenza della razionalità aziendale, non scompare certo assieme alla costrizione esterna dell’interesse. La produzione resta pur sempre parcellizzata, «aziendale», socialmente mediata solo attraverso il mercato. E allora persiste anche l’impulso verso l’ottusa diminuzione dei costi d’impresa a carico dei fondamenti naturali. Inoltre, sia l’indifferenza verso il contenuto del lavoro come fine-in-sé, sia l’esternalizzazione aziendale dei costi contro la natura sensibile e l’estetica, vengono attuate in nome della coercizione della concorrenza. Ma è soprattutto la concorrenza che appare sacrosanta ai geselliani che, su questo punto, si trovano perfino d’accordo con il neoliberalismo radicale di mercato. Come già dichiarò lo stesso Gesell: «In vista di una risoluta riorganizzazione è necessario rimuovere inesorabilmente tutti quei privilegi che possono falsare l’esito della concorrenza»;16 questo panegirico della concorrenza di mercato è stato ripreso in un modo o nell’altro da tutti i neogeselliani (vedi ad esempio Schmitt 1989).17

Neppure la compulsione capitalistica alla crescita scompare assieme all’interesse. Poiché il presupposto dell’universalismo sociale del lavoro, della merce e del denaro è la produzione astratta di profitto aziendale (spacciata da Gesell, nella sua ristretta prospettiva distributiva, come il «ricavo del lavoro» nell’attività imprenditoriale), essa esige in ogni caso, in quanto produzione permanente di eccedenze, una crescita ecologicamente distruttiva; anche questa costrizione viene messa in atto per mano della concorrenza. Il nostro Gesell che, a differenza di Marx, non si pose mai il problema dell’astrazione delle risorse naturali nella forma-merce, non ebbe neppure mai nulla da obiettare circa la crescita perpetua dei «beni materiali»; un fenomeno del tutto «naturale» per l’apostolo di un ordine che si presumeva «naturale»: «Tutto nella natura degli uomini così come in quella dell’economia politica spinge verso una crescita incessante (!) dei cosiddetti capitali reali (beni materiali), una crescita che non si interrompe nemmeno con la totale soppressione dell’interesse».18

Mentre neogeselliani contemporanei, quali ad esempio Helmut Creutz, Dieter Suhr, Klaus Schmitt o l’urbanista Margrit Kennedy (vedi Kennedy 1994),19 al cospetto della crisi ecologica, vorrebbero addebitare in fretta e furia la compulsione verso la crescita alla fame di interessi del capitale monetario, inserendo come en passant un paio di spunti ecologisti nella loro utopia filistea e idolatra del lavoro e della merce, il loro maestro, all’opposto, aveva criticato il «pedaggio» dell’interesse, proprio perché lo giudicava come un freno alla crescita, ancora una volta sulla stessa lunghezza d’onda del feticista dello sviluppo Keynes che, per parte sua, non sospettava neppure l’esistenza di un problema ecologico.

 

V. L’intelligenza economica dei teorici della Freiwirtschaft non è superiore a quella ecologica. Una volta ricondotto in maniera riduttiva alle prevaricazioni del capitale produttivo di interesse il problema viene addirittura capovolto. Come è logico il filisteo del denaro, del lavoro e della merce intuisce che qualcosa sta andando storto solo nel caso di una crisi del denaro (soprattutto se in gioco c’è la sorte del proprio portafoglio). Ma ancora una volta non è difficile dimostrare che la base della crisi economica non si colloca affatto sul livello del denaro ma consiste nella razionalità economica del modo di produzione stesso; non si tratta però di un problema di distribuzione (in linea di massima l’unica, angusta prospettiva assunta dai geselliani) ma di una contraddizione logica intrinseca al sistema nella produzione della forma feticistica «valore».

Tale contraddizione fondamentale dipende dal fatto che, da una parte, solo il «lavoro» (ossia la sua trasformazione in denaro come forma astrattamente universale di incarnazione sociale) rende possibile la creazione di valore, come fine-in-sé della razionalità economica, la quale, d’altro canto, a sua volta, è in grado di rendere tendenzialmente superfluo il «lavoro» nel corso di un processo secolare in seguito all’applicazione della scienza. Ancora una volta questa «scientificizzazione della riproduzione» viene realizzata sotto la sferza della concorrenza. Emerge così la tendenza intrinseca del moderno sistema della merce verso l’erosione sistematica dei suoi fondamenti, che non deriva dal capitale produttivo di interesse ma da quei processi «produttivi» mediati dalla concorrenza, che i geselliani si ostinano a celebrare e a conservare.

Comunque sia, questa tendenza si è manifestata fin dagli albori del modo di produzione moderno. Durante i cicli economici produttivi e in occasione delle rotture strutturali, causate dallo sviluppo delle forze produttive industriali, ad intervalli più o meno lunghi, scoppiarono sempre delle «crisi», in cui divenne impossibile reinvestire proficuamente i profitti industriali, in assenza delle condizioni per un’ulteriore espansione della produzione industriale («sovraccumulazione» del capitale industriale nella teoria della crisi di Marx). In quei frangenti non si poteva far altro che investire tali profitti nella sovrastruttura finanziaria e creditizia, nella speculazione azionaria e speculativa etc. In questo modo si formarono più e più volte nel corso della storia del capitalismo le cosiddette bolle finanziarie speculative, la cui deflagrazione segnava infine l’annichilazione del «capitale fittizio» (Marx), ossia del capitale che era solo l’esito di un processo di pseudo-accumulazione finanziaria, senza passare cioè attraverso le forche caudine della produzione reale e della vendita di merce sul mercato.

Nella critica geselliana del capitale produttivo di interesse e della speculazione «improduttiva» la logica del processo reale viene capovolta mediante l’inversione della causa con l’effetto. Per i geselliani la causa spontanea della paralisi della produzione reale durante una crisi è il tributo che la produzione industriale è costretta a versare al capitale produttivo di interesse e alla sua crescita speculativa; in realtà è vero proprio l’esatto contrario: è la paralisi della produzione reale, causata dalle sue contraddizioni interne, che incanala forzatamente gli utili dei cicli produttivi precedenti verso il settore finanziario e speculativo. In ultima analisi, dunque, lo scatenamento del processo speculativo del «capitale fittizio» è imputabile al capitale industriale stesso.

Adesso questa situazione è ancora più evidente. A partire dai primi anni Ottanta la nuova crisi della società del lavoro ha assunto una dimensione senza precedenti, che supera di gran lunga le crisi cicliche del passato, segnando così il limite del moderno sistema della merce, a causa delle nuove potenze razionalizzatrici della rivoluzione microelettronica. È dunque ridicolo imputare il distacco dei mercati finanziari al presunto potere autonomo del capitale produttivo di interesse e della speculazione, piuttosto che alla nuova qualità dell’applicazione scientifica, in grado di rendere irreversibilmente assurda la categoria del «lavoro» produttore di merce, l’idolo per eccellenza dei filistei geselliani del denaro.

 

VI. Lo stesso problema vale anche sul livello dell’attività statale e del credito statale. Entrambi vengono rifiutati e osteggiati in maniera drastica sia da Gesell che dai neogeselliani, ancora una volta in perfetta sintonia con il radicalismo neoliberale di mercato. L’attività dello Stato andrebbe eliminata totalmente oppure, in alternativa, ridotta ad un avanzo da finanziare mediante i famosi crediti senza interesse dell’«onesto» risparmio. Gli insulsi utopisti del denaro, proprio come gli apostoli del liberalismo economico, non si immaginano che è proprio il progresso dell’idolatrata economia di mercato nell’applicazione della scienza a generare, anche in quest’ambito, una nuova contraddizione interna della produzione sociale di merce. Vista l’impossibilità di finanziare mediante le entrate regolari dello Stato una quantità sempre maggiore di condizioni basilari e il continuo aumento dei costi socio-ecologici della produzione totale di merce, il «capitale fittizio» del credito statale si converte necessariamente in una specifica fonte strutturale della sovrastruttura finanziaria capitalisticamente improduttiva e della speculazione con i titoli di Stato. Proprio come per il settore commerciale questi fenomeni scaturiscono dal processo «produttivo» della produzione di merce e della relativa applicazione scientifica, non certo dalla prassi autonoma del capitale produttivo di interesse.

Anche nei confronti dell’attività e del credito statale i geselliani invertono la causa con l’effetto, esclusivamente preoccupati, come qualsiasi filisteo piccolo-borghese, del «loro» denaro, che vogliono continuare a «guadagnare», incuranti di ogni contraddizione del sistema. Non possono, né vogliono comprendere che la produzione di merce, data lo sviluppo sempre maggiore dell’applicazione scientifica, è pur sempre condizionata dai costi delle proprie infrastrutture e che neppure il «credito senza interesse» potrebbe mutare, anche solo in minima parte, i termini della questione. Per suo tramite non sarebbe comunque possibile rastrellare sufficiente denaro dall’«onesto risparmio» per finanziare le condizioni sociali generali della produzione di merce senza danneggiare pesantemente gli investimenti «produttivi» e i redditi monetari privati.

Al cospetto della forma burocratica e repressiva, che caratterizza essenzialmente l’attività dello Stato, la sua soppressione a vantaggio dell’attività autonoma ed autodeterminata dell’uomo, appare del tutto sensata, a patto però che sia accompagnata dall’abolizione della produzione di merce e, con essa, dell’economia di mercato, del «lavoro» feticistico, dell’«occupazione» etc., che non hanno in sé nulla di autonomo in quanto subordinati alle leggi coercitive della forma-merce. Anche qui gli utopisti del denaro intendono liquidare un lato del sistema (Stato, credito statale) solo per aggrapparsi assurdamente all’altro («lavoro», produzione di merce); ancora una volta si vuole l’economia di mercato senza però le sue condizioni.

 

VII. È la prova di come l’economia geselliana astragga totalmente dal rapporto contraddittorio tra produzione di merce da una parte e crescita continua dell’applicazione scientifica, dell’automazione, della razionalizzazione etc. nel nucleo produttivo del sistema dall’altra. Il suo punto di partenza non è l’analisi del processo storico concreto ma il soggetto astratto del lavoro e del denaro, svincolato dalle sue condizioni storiche; in altri termini si presuppone irriflessivamente che«l’uomo» sia un individuo isolato, un atomo sociale, con un’inclinazione verso l’«utilità personale» modellata sulla merce. Questa astrazione aprioristicamente astratta e vuota è il marchio di tutte le teorie moderne e di tutte le utopie borghesi a partire dal XVIII secolo.

Di conseguenza non è certo un caso che Gesell non si vergogni affatto di introdurre sul palcoscenico del suo mondo ideale il «Robinson», la più amata tra le marionette della riflessione economica anteriore della modernità. A prescindere da qualsiasi sviluppo sociale reale, la figura del solitario Robinson, deve rappresentare «il» calcolo economico e la sua logica in forma idealtipica e paradigmatica nella sua arida astrazione corporea (o in quella di un «Venerdì», come necessaria seconda persona economica primigenia). In questo mondo ideale pianificato i problemi del modo di produzione moderno, socializzato in forma capitalistica e caratterizzato dall’applicazione della scienza, vengono discussi utilizzando come esempio l’attività di un naufrago che «concia pellame» su di un’isola sperduta, riempie «una buca nel terreno» con una scorta di cereali etc.20

Se questa assurdità ha un significato socio-economico, esso non può che consistere in una classica ideologia «piccolo-borghese», meschina quanto palese. In effetti dietro l’utopia monetaria geselliana si cela solo, nel migliore dei casi, un piccolo produttore idealtipico, con un sentimento di estraneità o di inquietudine per le potenze scientifiche del capitalismo, ostinatamente legato al suo «onesto lavoro» nella sua miserabile bottega per un «giusto mercato» in cambio dell’«onesto denaro», attento a proteggersi di fronte alle contraddizioni, alle crisi e alle catastrofi di una produzione di merce iper-razionalizzata e globalizzata. Questo insulso idiota economico, che si meriterebbe lo strangolamento per mano dell’economia di mercato (la sua adorata anima gemella), è ormai però solo un anacronismo. L’utopia geselliana del denaro andrebbe decifrata essenzialmente come un’utopia a misura di calzolai, fornai, contadini e macellai, la cui base sociale verso la metà del XX secolo era ancora imponente.

Ed effettivamente la «storia di successo» che i geselliani citano regolarmente si colloca proprio su questo livello. Nel 1932, durante la crisi economica mondiale, il villaggio tirolese di Wörgl, su iniziativa del borgomastro Unterguggenberger, mise temporaneamente in circolazione uno Schwundgeld sotto forma di «banconote-lavoro». Al termine di ogni mese il proprietario della banconota avrebbe potuto compensare il decremento di valore, pari nel complesso al 12% annuo, applicando una marca da bollo gravata da un tributo pari all’importo della svalutazione. Grazie a questo «denaro d’emergenza», per il quale venne depositata una specie di copertura in scellini (corrispondente al valore nominale delle banconote), il municipio, ormai alla bancarotta, poté finanziare alcune classiche «misure per l’occupazione» comunali, come ad esempio la costruzione di un trampolino per il salto con gli sci. Una parte considerevole del salario degli operai venne elargita sotto forma di questo Schwundgeld, che così fece il suo ingresso nella circolazione. Il comune garantiva in qualsiasi momento la conversione delle banconote in «normali» scellini, tenendo conto della diminuzione del loro valore e solo contro una detrazione straordinaria del 2%.

Quale fu il risultato concreto? Ad accettare lo Schwundgeld furono contadini, commercianti di latte, fornai, piccoli empori che poi si sbarazzarono delle banconote, pagando a stretto giro di posta le imposte arretrate verso il comune, come ad esempio la tassa sui cani. Circa un terzo delle banconote scomparve nel nulla, ad esempio perché vennero acquistate come cimeli dai collezionisti. Tutto questo andò certamente a vantaggio della municipalità anche se per ragioni che contraddicevano aspramente la teoria del denaro libero, in quanto venne eluso l’obbligo di fare circolare queste banconote; si trattò dunque di un utile netto per le casse comunali (tutti i dati si trovano in un articolo di von Muralt, che venne pubblicato significativamente per la prima volta sul periodico conservatore Ständisches Leben nel 1933).21 L’effetto indubbiamente reale ma provvisorio di questo risanamento economico si differenzia ben poco da quello di altre «misure per l’occupazione». Ma è più che problematica l’idea che sia possibile trasporre questo costrutto precario da un piccolo villaggio rurale di 400 anime (all’epoca) a una grande economia nazionale. La sua stessa breve durata non permette di trarre conclusioni rigorose circa un «successo» fondamentale e duraturo. Qualche tempo dopo la Banca nazionale austriaca vietò l’esperimento di Wörgl – temendo ripercussioni per la propria sovranità monetaria – e così i neogeselliani colsero la palla al balzo per creare una leggenda che persiste fino ad oggi. Ma al cospetto dell’odierna disoccupazione strutturale di massa nelle condizioni della rivoluzione microelettronica e dell’economia globalizzata neppure una cittadina microscopica prenderebbe più sul serio il modello «Wörgl».

In ogni caso questa scialba utopia monetaria può senz’altro svolgere una funzione ideologica supplementare in una sorta di proiezione, sperimentando così un paradossale revival spettrale proprio nell’attuale situazione di crisi. E non sarà certo tra piccoli agricoltori, artigiani «autonomi» o piccole cooperative di produzione che verrà celebrato l’allegro risveglio di questa ideologia. Ogni soggetto postmoderno della merce, ad un livello superiore di astrazione, indipendentemente dalla sua attività contingente, è in un certo senso un piccolo-borghese idealtipico. Naturalmente non si tratta più di un piccolo produttore «indipendente» ma di una volontà atomizzata che si dibatte nella sua relazione cieca con il processo capitalistico complessivo sul mercato mondiale.

Con la fine della vecchia lotta di classe – un elemento dell’ascesa storica del sistema della merce – e con la formazione del soggetto monadico della merce allo stato puro nello stadio di disgregazione della modernità – descritta in maniera affermativa e fenomenologicamente decurtata da Ulrich Beck e da altri autori come «individualizzazione» – ogni uomo astratto si è convertito, in un certo qual modo, nel corpo e nello spirito, nel suo squallido negozio. Adesso tutti si comportano come creature il cui legame sociale è totalmente determinato dalla forma-merce, come dei Robinson, naufragati sull’isola del loro Io-merce isolato, mentre «gli altri» figurano solo come esseri quasi naturali, afasici, con cui si comunica esclusivamente mediante azioni concrete o simboliche nel corso di un incessante vendere e comprare. Ma Robinson non è certo l’eterno produttore di merce quanto piuttosto lo squallido prodotto estremo di un determinato sviluppo storico, che si contrappone aspramente alle stesse forze produttive da esso stesso generate. Il filisteo borghese nella sua follia terminale: in gioco non c’è più qualche rozzo macellaio corpulento, che di sabato si immerge nel calderone dei salumi e presiede la locale bocciofila ma la belva del denaro, tirata a lucido e alla rancorosa ricerca di una «nicchia di mercato» qualsiasi.

Di fatto questo soggetto desoggettivato non nasce certo sul terreno della rudimentale utopia monetaria di Gesell, né può «credere» in essa, come del resto in nessun’altra cosa (eccezion fatta per l’eternità dell’economia di mercato); è possibile però strumentalizzare questa insulsa utopia economica per la propria affermazione nella competizione omicida. Non vi è nulla di casuale nelle analogie e nelle intersezioni del neogesellismo con il radicalismo neoliberale di mercato. Se si capovolge l’oleografia utopistica affiora una cornice sinistra di manchesterismo, perfino di aperto socialdarwinismo. A questo proposito il maestro non ha certo peli sulla lingua: «La scuola di Manchester era sulla strada giusta, e anche ciò che è stato introdotto più avanti in questa dottrina sulla scorta di Darwin era giusto».22 Impossibile essere più espliciti. Lungi dal relativizzare questa dichiarazione Gesell si limita a rimproverare l’autentico capitalismo storico manchesteriano di non avere riconosciuto per tempo la panacea geselliana, «distorcendo» così la pura concorrenza socialdarwinista con i falsi «privilegi» del denaro e del capitale produttivo di interesse. Ed anche la cosiddetta giustizia redistributiva andrebbe intesa esclusivamente in questo senso barbarico: «In gioco c’è qui, tuttavia, il diritto al pieno guadagno del lavoro, attribuito sulla base della concorrenza, della competizione».23

L’apostolato contro ogni genere di «prerogativa» o di «privilegio» è vecchio almeno quanto il modo di produzione capitalistico, e poté essere sfruttato spesso dai suoi protagonisti come motivo contro la vecchia società feudale o i suoi residui. Questo argomento nasconde però, allo stesso tempo, la sottomissione spietata di tutti i sentimenti umani alle leggi del nuovo sistema feticistico della merce e della concorrenza totale su di un mercato altrettanto totale, in cui sempre più individui, nel migliore dei casi, finiscono alla mercé della beffarda «benevolenza» dei vincitori di questa stolida competizione. Non è difficile presagire dove si orienteranno i pensieri dell’anima della merce nella crisi. Sconvolti dalla crisi monetaria e creditizia e però inclini, malgrado tutto, a prestare fede al sistema, dominati dall’illusione circa la loro residua capacità di competere, i soggetti del denaro sfogheranno la loro rabbia sugli «improduttivi».

In apparenza questi ultimi si identificherebbero con i rappresentanti del capitale produttivo di interesse, come li descrive in maniera caricaturale, alla classica maniera protestante, il neogeselliano Klaus Schmitt: «Un ordine economico che favorisca questa tendenza egoistica dell’uomo, ricompensi i bravi produttori e non arricchisca gli improduttivi prestatori di denaro, i proprietari terrieri e gli altri parassiti, è […] un ordine economico naturale […]».24 Queste poche righe concentrano tutti i criteri feticistici e tutti i preconcetti ormai anacronistici del sistema della merce. Il tagliagole della nuova classe media, il «fondatore di imprese», l’idiota del consumo affamato di denaro, il frodatore dell’economia di mercato, che si crede un «produttore virtuoso» (solo perché trova degli stupidi disposti a lavorare per lui in cambio di un salario da fame): tutti costoro, nella crisi, si percepiscono come vittime dei loro colleghi prestadenaro solo perché falliscono e non sono più in grado di onorare i loro debiti.

Ma questo è solo l’inizio. L’odio contro i «parassiti» (che sono tali, si badi bene, solo nella prospettiva folle del moderno sistema dell’economia di mercato) si espande a macchia d’olio anche nei confronti delle vittime reali del sistema. Su questo terreno storico la presunta ostilità nei confronti dello Stato degli anarchici – che distolgono però lo sguardo dal sistema della merce – si scaglia infine anche contro lo Stato sociale. Già nel corso normale dell’economia di mercato coloro che conservano almeno una briciola di ragione sensibile e si sforzano di evitare, per quanto possibile, il dispendio astratto e insensato di «lavoro», vengono denunciati come pazzi o bollati come «scansafatiche»; nella crisi il risentimento nei loro riguardi diviene ancora più impetuoso e culmina nel grido: «Non con i nostri soldi!». E siccome non è possibile attaccare davvero il capitale produttivo di interesse si diffonde sempre più l’odio degli ideologi contro profughi, beneficiari di sussidi sociali, disoccupati, «asociali», disabili, anziani, malati etc. che, per la furia farneticante dell’instabile soggetto della merce, appaiono sempre più come «parassiti», il cui mantenimento rappresenta solo un «privilegio» illegittimo.

Il masochistico soggetto del denaro postmoderno, sempre propenso a sopprimere i costi delle infrastrutture pubbliche, senza comprendere, in preda com’è al panico, di stare affossando le condizioni indispensabili della produzione di merci, è pronto a fare lo stesso anche con i costi del Welfare statale. Chi non è più in grado di assecondare le pretese della meravigliosa concorrenza, perché troppo debole o troppo poco intraprendente, oppure per l’invincibile sensazione di nausea che prova di fronte all’assurdità del lavoro astratto e dei suoi insensati criteri di successo, può benissimo finire in miseria, abbandonato alla filantropia della carità «privata» come un lebbroso medioevale. Invece di avanzare una pretesa di autonomia per l’uomo dal terrore sistemico dell’economia di mercato, i neogeselliani parteggiano, senza troppi infingimenti, per l’autonomia ferina del puro attore di mercato nei confronti di tutte quelle pretese umane e sensibili che si collochino oltre le astrazioni della forma-merce. Sottolineiamolo ancora una volta: in ultima analisi non si tratta di una critica dello Stato associata ad una critica del mercato ma solo di radicalismo neoliberale di mercato, ostile persino agli ultimi consunti strumenti palliativi e agli ultimi meccanismi democratici di riparazione della sfera sociale. Questo anarchismo «di destra» sfocia nel thatcherismo puro e semplice ed è assolutamente compatibile con gli slogan del «liberalismo di destra» di Jörg Haider.

 

VIII. In questo contesto la sindrome ideologica che si manifesta è l’economia politica dell’antisemitismo. Qui non si tratta assolutamente di denunciare Gesell, ad onta di ogni verità storica, come seguace di Hitler e nazionalsocialista, né di accusare i geselliani o i neogeselliani di antisemitismo soggettivo. Il problema si colloca su di un livello differente. Con l’espressione «economia politica dell’antisemitismo» si vuole indicare l’esistenza di un legame storico e strutturale tra una critica decurtata del capitale produttivo di interesse e l’antisemitismo. Sul piano ideologico l’una e l’altro sono due facce della stessa medaglia, di cui l’antisemitismo esplicito costituisce il recto. Con questo non si vuol certo dire che ogni teorico dell’economia e ogni critico dell’interesse, ottusamente concentrato sullo scambio e sulla distribuzione, sia al contempo un aperto antisemita quanto piuttosto che ogni critica ideologica riduttiva del capitale produttivo di interesse sia sempre strumentalizzabile da parte di qualsivoglia antisemita come legittimazione «economica». L’astio nei confronti del capitale produttivo di interesse – che sta prosperando nella crisi del denaro in maniera aconcettuale ed irriflessa tra le masse dei perdenti – non è solo il brodo di coltura universale ma anche il «fondamento economico» immediato dell’antisemitismo e dei pogrom antisemiti.

Questa relazione – che innesca la reazione meccanica dei soggetti della merce in preda ad un sentimento di aggressività ed angoscia – è profondamente radicata nella storia, risalendo addirittura all’alto Medioevo. La scissione incompresa tra i due lati della produzione di merce – quello apparentemente concreto e quello paurosamente astratto –, tra l’affermazione del «lavoro» e della merce da un lato e la critica del denaro e la condanna dell’interesse dall’altro, causò, già in una fase precoce, una nuova scissione nella coscienza del soggetto della merce (negli uomini in quanto soggetti prototipici della merce). L’economia politica dell’antisemitismo è il prodotto logico e storico di questo ottenebramento. La correlazione tra l’«ebreo» e il «denaro» nacque al suo interno in virtù di un espediente particolarmente perfido del Medioevo cristiano, che pensò di risolvere la contraddizione tra condanna dell’interesse e necessità del credito per le transazioni monetarie, accollando agli ebrei la funzione dei mediatori del denaro.

In un primo momento l’attribuzione agli ebrei di tale funzione ebbe ragioni esterne, storiche e religiose. Essa però riflette strutturalmente la logica interna della funzione del capro espiatorio, scaturita dalla scissione del soggetto della merce. Questa schizofrenia strutturale genera l’impulso a proiettare all’esterno, verso una «natura estranea» gli elementi «negativi», sinistri, astratti della relazione merce-denaro. Si ha così la metamorfosi dell’autoalienazione intrinseca del soggetto della merce in un nemico esterno e, con essa, l’esternalizzazione della folle scissione dell’anima della merce già nelle sue forme embrionali. Un meccanismo classico di proiezione che, nel corso di un millennio e più, è penetrato in profondità nella società occidentale e nella sua coscienza.

Fino a quando le forme feticistiche premoderne furono egemoni anche in Occidente l’elemento religioso continuò a giocare un ruolo di primo piano nella definizione degli ebrei come «estranei», «diversi»; nel corso di una delle prime grandi persecuzioni antiebraiche in Occidente, quella contro i «marrani» nella Spagna e nel Portogallo del XV secolo, il riferimento era ancora, nel segno dell’Inquisizione, agli «assassini di Cristo» e agli «eretici», caparbiamente fedeli alla loro religione nonostante il battesimo forzato. Ma con la progressiva espansione delle relazioni basate sulla merce e sul denaro, con la costituzione, a partire dall’Occidente, della nuova forma feticistica moderna da parte del modo di produzione capitalistico, l’«ebreo», ossia il «diverso» per antonomasia, ebbe sempre meno una connotazione religiosa e apparve sempre più come estranea «creatura del denaro e dell’interesse». Di fatto erano solo una minoranza gli ebrei che operavano col denaro, una volta che la cristianità europea decise di aggirare la proibizione dell’interesse, trasferendo il problema sui prestatori ebrei. Ma in una proiezione collettiva la realtà dei rapporti sociali e le caratteristiche autentiche dell’oggetto della proiezione non hanno alcuna importanza. La fantasmagoria del processo è tale che il meccanismo proiettivo può mettersi in moto anche se le circostanze esterne che ne sono il pretesto o l’occasione non sussistono realmente.

Pertanto, come è già stato frequentemente osservato, si può dare addirittura un «antisemitismo senza ebrei» (vedi Elsässer 1992).25 Trattandosi soltanto di un conflitto interno al soggetto della merce, da proiettare verso l’esterno, la sua vera natura risulta inafferrabile. L’«ebreo» si trasforma così in un simbolo fantastico e omicida per l’odio nei confronti di sé del soggetto «guadagna-denaro», desideroso di «liberarsi» della sua schizofrenia strutturale, senza però attaccare e distruggere il modo di produzione capitalistico, né tantomeno se stesso in quanto soggetto della merce. In linea si principio, se l’«ebreo» rappresenta il lato astratto, negativo, del sistema della merce e se l’economia volgare identifica questa proiezione nel capitale produttivo di interesse lo scatenamento del riflesso antisemita non richiede neppure più gli ebrei. Il fantasma di questa psicosi collettiva è onnipresente e si «materializza» nei pogrom contro le comunità ebraiche come vittime e capri espiatori; tuttavia, in caso di necessità, una coscienza psicotica, votata al pogrom, può benissimo definire come «ebrei» anche gruppi di sinistra, politici liberali, critici sociali, artisti moderni, stranieri, minoranze religiose etc.

Questo nesso, insito nell’economia politica dell’antisemitismo come affinità tra una critica decurtata del capitale produttivo di interesse e l’impulso antisemita, non è solo esteriore, accidentale. Tale correlazione, tanto funzionale quanto fantasiosa, penetrata in profondità nella coscienza storica, si situa ben oltre il dualismo polare tra le categorie logiche della merce. L’economista volgare (ad esempio geselliano) scinde strutturalmente il capitalismo in un lato «buono», quello del «lavoro» o della merce, e in un lato «cattivo», quello del denaro o del capitale produttivo di interesse. Invece di abolire la produzione di merce totalitaria occorre solo liberarla dal suo lato negativo. L’antisemita manifesto si limita a tradurre questo costrutto «puramente economico» in una fantasmagoria negativa: è necessario liberare il lato buono, «concreto», «autentico» della modernità dal suo lato cattivo, astratto, «estraneo»; e l’estraneo, il diverso, non è altro che l’«ebreo».

Si attiva cioè una relazione necessaria, strutturale e storica, tra l’antisemitismo e una critica pavida, riduttiva, del capitale produttivo di interesse. Pertanto tutti i progetti economici che si fondano su questa critica costituiscono un’economia politica dell’antisemitismo, indipendentemente dalla manifestazione soggettiva di tale nesso e della forma che esso assume. Ma il nesso ideologico soggettivo non si dissolve certo per questa ragione. Anche in quest’ottica sarebbe comunque riduttivo giudicare gli insulsi economisti della critica dell’interesse come vittime innocenti, strumentalizzate dall’antisemitismo. Oltre a tessere le lodi di Feder in Mein Kampf, che lo celebra entusiasticamente come compagno di lotta e mentore economico, Hitler gli concesse anche l’«onore» di redigere il programma economico dell’NSDAP. E veementi invettive antisemite si ritrovano perfino nella corrispondenza di Steiner, che non era certo un’icona ideologica del nazionalsocialismo.26

Sul conto di Gesell va detto che non sembra aver mai professato opinioni esplicitamente antisemite, anche se dichiarò che gli ebrei manifestavano una certa inclinazione per le transazioni monetarie».27 Inoltre la sua ribellione contro la «campagna d’odio nei confronti degli ebrei», condannata come una «colossale ingiustizia», viene motivata con un argomento genuinamente economico: l’identità tra «prestatore a interesse» ed «ebreo» sarebbe solo accidentale. Si ha qui una regressione sul livello di una logica economica (angusta e riduttiva); proprio perché Gesell prende partito a favore del soggetto della merce, tale regressione disconosce la storicità della correlazione ed il problema strutturale che vede la proiezione della contraddizione interna al soggetto della merce su di un oggetto «estraneo», esterno. Di conseguenza Gesell è senz’altro un economista politico dell’antisemitismo, anche se personalmente desiderava che gli ebrei continuassero a godere dei «privilegi del possessore di denaro», fino a quando quest’ultimo non fosse stato disinnescato dalle ricettine geselliane.

 

IX. Ma allora è del tutto naturale che tra i discepoli di Gesell, come esito necessario della logica economica e della falsa utopia del denaro, affiori ogni sorta di tendenza völkisch28 e antisemita. Cui si aggiunge l’ideologia scopertamente socialdarwinistica, biologistica, propugnatrice dell’«igiene razziale» dello stesso Gesell, nonché di Steiner e di altri ancora. In altre parole Gesell integra la propaganda socialdarwinistica della competizione economica con un programma di «perfezionamento della specie umana» basato sulla concorrenza. Assumendo un contegno tipico delle sette sorte tra il XIX e il XX secolo esso condanna il «matrimonio con alcoolisti» come causa di «degenerazione razziale», consigliando alle donne di avere relazioni solo con «partner forti e sani»; ad opinione di Gesell saremmo addirittura vittima di un «deterioramento millenario» (cit. da Bartsch).29 Non desta stupore il fatto che le donne, in questo costrutto farneticante, figurino senz’altro come «bestie da riproduzione», invitate a concedersi solo al miglior «stallone da monta».

I neogeselliani odierni tentano spudoratamente di minimizzare l’«igienismo razziale» folle ed ideologico del loro mentore, dando ad intendere che si tratti solo di una questione estranea alla sua teoria economica; alternativamente c’è perfino chi si sforza di recuperarlo, enfatizzando gli aspetti positivi di questa ideologia biologistica in forma attualizzata. Per esempio Günter Bartsch e Klaus Schmitt hanno la sfacciataggine di contrabbandare le tesi sul perfezionamento della razza umana del loro maestro come un peculiarissimo «femminismo fisiocratico» di Gesell. Indubbiamente anche il femminismo odierno manifesta occasionalmente elementi biologistici, che però, quantomeno, non fanno mai riferimento al concetto di «selezione» biologica, come avviene nel caso di Bartsch, ben disposto a riesumare anche questo tema orrorifico: «Un’eugenetica fisiocratica, fondata sulla libera scelta amorosa e sulla libera competizione, eliminerà le cause della degenerazione (!) [… ] L’obiettivo di Gesell è dare via libera alla selezione naturale (!). Non sul piano biologico ma come stimolo verso prestazioni sempre migliori e sempre più avanzate (!), che spingano verso l’alto gli individui più dotati (!) e favoriscano una loro riproduzione sempre più vigorosa (!)».30

Inoltre il fatto che il testo in questione, la cui matrice è indiscutibilmente biologistica e socialdarwinista, sia stato pubblicato, all’inizio degli anni Novanta, dalla celebre casa editrice anarchica Karin Kramer è il sintomo di come anche le correnti anarchiche siano fondamentalmente inclini a una tale assurdità omicida e dell’impossibilità di recuperare immediatamente l’anarchismo (e con esso anche altri filoni della critica sociale del passato) come presunta alternativa, dopo il crollo del socialismo di Stato e il deperimento delle ideologie marxiste del movimento operaio. Viene qui alla luce come tutte le correnti intellettuali e politiche della storia dell’imposizione capitalistica, anche quelle radicalmente antagonistiche, siano state contaminate dalle idee biologistiche e basate sull’«igiene razziale» che predicavano la «selezione» e l’allevamento umano e si manifestarono nella loro forma più brutale ed estesa, ma non esclusiva, con il nazionalsocialismo. La stessa cosa vale purtroppo anche per il marxismo e per i partiti del lavoro. Il fatto che questi ultimi contengano al loro interno questo genere di idee, reperibili quasi altrettanto facilmente che in Gesell o negli antroposofi etc. (per esempio negli scritti di Karl Kautsky,31 nella coscienza di massa del vecchio movimento operaio o nel contesto ideologico dello stalinismo), non spinge neogeselliani come Schmitt o Bartsch verso una critica epocale, radicale e di ampia portata della loro ideologia, così come dei «loro» patriarchi teorici, ma funge quasi da giustificazione per la presenza delle stesse idee barbariche nella «teoria sociale» geselliana, che essi per giunta ripropongono e propagandano impudentemente ancora alla fine del Novecento.

Ancor più importante della correlazione storico-ideologica è però la questione circa il valore di posizione che le idee biologistiche circa l’allevamento umano e la «selezione» nell’economia politica dell’antisemitismo possiedono ancora ai giorni nostri. L’autoimmaginazione delirante dell’uomo del mercato, «guadagna-denaro», riproduce queste ideologie semidimenticate della prima metà del secolo nella nuova situazione di crisi della fine del secolo, cercando di riformularle su di un livello superiore di astrazione. In un mondo «individualizzato» come mai prima nella storia della modernizzazione, abitato da milioni di «single», in cui ogni singola monade del denaro, plasmata sulla forma-merce, è in balìa della concorrenza totale globalizzata, sorge una miscela esplosiva tra l’antico iperegoismo dell’anarco-individualista Max Stirner (1806-1856) – un punto di riferimento anche per i geselliani – e tutte le moderne ideologie basate sulla concorrenza e sull’esclusione; e questo non è ancora tutto perché sembra più che mai logico che questo pensiero si consolidi grazie a tesi quasi biologistiche.

L’individuo astratto, giunto finalmente al culmine del suo sviluppo, sradicato da pressoché ogni relazione che non sia plasmata sulla forma-merce, crede di essere l’ombelico del mondo, una realtà primaria, autoreferenziale e autosufficiente, giudicando tutti gli «altri» come un «ambiente naturale» più che mai disturbante e ostile. Nessuna meraviglia che la pretesa smisurata di questo «io» astratto lo divenga ancor più nella sua crisi strutturale. Il soggetto del denaro e del mercato, apparentemente minacciato da ogni lato, esige ad ogni costo una legittimazione inoppugnabile per la sua furibonda volontà di autoaffermazione, come un gatto che drizza il pelo e gonfia la coda quando si sente in pericolo, così da apparire più grosso e temibile o come un individuo con velleità autoritarie che si aggira impettito, ostentando le sue medaglie. Ed esiste forse una prova più inattaccabile di quella che concerne la sua «superiorità naturale» biologica e genetica? L’idea allucinatoria del «superuomo» si basa proprio su questo sentimento profondo della modernità produttrice di merce, così come tutti quei discorsi che associano idee, progetti, programmi etc. ad un presunto ordine «naturale». Se in passato queste fantasticherie si limitavano generalmente alle preconizzazioni ideali della sfera artistica o della teoria filosofica, oggi sono penetrate nell’intimo della coscienza di massa. E se in origine la pretesa abnorme del soggetto della merce nella concorrenza si riferiva direttamente a costrutti collettivi quali classe, nazione e «razza», adesso il medesimo naturalismo sociale non può che conformarsi alla struttura perfezionata del singolo isolato, che si aggrappa ostinatamente alla flebile speranza di un’insensata autolegittimazione. Qualsiasi patetico omiciattolo del sistema della merce si atteggia illusoriamente a Rambo ipermuscoloso, a «superuomo», a professionista cool e a superproboscidato geneticamente iperdotato in opposizione al «sottouomo degenerato». L’ignobile baruffa attorno alla mangiatoia ormai quasi vuota dell’«occupazione» e del guadagno monetario viene stilizzata a battaglia apocalittica degli aristocratici contro la plebe.

 

X. Su questa piattaforma la sindrome ideologica va incontro tuttavia, ancora una volta, ad una scissione polare. Il paradigma visionario ed ostile dell’«improduttivo» e del biologicamente «impuro», solo un riflesso della scissione strutturale dell’individuo, viene raddoppiato e sperimentato come una contrapposizione tra due poli: quello del «sottouomo» e quello del «superuomo negativo» (vedi a questo proposito, in riferimento alla teoria di M. Postone, Bruhn, 1991).32 Ad essere improduttivi, secondo i criteri dell’economia di mercato, sono da una parte i soggetti deboli della concorrenza, come i beneficiari dello Stato sociale, dall’altra anche soggetti forti come i poteri del capitale finanziario. Questa differenza, traslata dalla sfera della concorrenza socio-economica a quella pseudobiologica, si converte ancora una volta nella differenza tra individui geneticamente «inferiori» da una parte e individui «superiori» ma geneticamente estranei dall’altra. In questo costrutto si rispecchia infine anche la differenza tra razzismo e antisemitismo: il razzismo squalifica come «inferiori» non solo i neri, gli europei dell’est o gli asiatici ma anche gli arabi, gli europei mediterranei (latini, «Welsche»33) e perfino certi gruppi sociali del proprio paese; al contrario l’antisemitismo si immagina «gli ebrei» sotto una luce mistificata, come lo spettro tracotante del capitale finanziario, come «cospirazione mondiale» di superintelligenze aliene che tramano nell’ombra etc. E il soggetto della merce, che si autopercepisce come «produttivo», cittadino a pieno titolo, identico a se stesso, «razzialmente puro» e «geneticamente sano» si colloca illusoriamente tra queste due figure fantasmagoriche dell’«altro», quella inferiore e quella superiore, mediante cui però proietta in egual misura verso l’esterno la propria contraddizione intrinseca.

La scissione e la polarità schizofrenica di falsa identità e proiezione su una pluralità di livelli vicendevolmente sovrapposti costituisce la struttura ideologica dell’economia politica dell’antisemitismo. Il nazionalsocialismo ha realizzato in forma paradigmatica questo costrutto complessivo. E il fatto che l’antisemita Gottfried Feder abbia preso in prestito da Gesell il progetto di un tipo di denaro simile allo Schwundgeld, come lamentato dai neogeselliani (vedi Senft 1990),34 non giocò in realtà nessun ruolo pratico in questa vicenda. Il Federgeld35 non venne mai concretamente realizzato su scala socialmente rilevante, proprio come l’utopia monetaria originale di Gesell. In effetti la politica monetaria dei nazionalsocialisti prese una direzione diametralmente opposta: grazie alle cosiddette «cambiali Mefo»36 venne varato un gigantesco programma di credito protokeynesiano, che verosimilmente, anche nel caso di una vittoria militare del regime, avrebbe condotto al crollo monetario e all’iperinflazione. Nel suo nocciolo l’economia nazionalsocialista (analogamente alla coeva pianificazione statale limitrofa in Unione Sovietica e al «New Deal» di Roosevelt negli USA) fu caratterizzata dall’intervento statale, mentre l’utopia parageselliana di Feder servì, nella migliore delle ipotesi, solo come affiancamento ideologico antisemita. Il contrassegno generale dell’epoca fu l’illusione del «primato della politica», che non risparmiò neppure il regime nazista (vedi Kruse 1988).37

Ma anche un’utopia monetaria epigonale può fungere pur sempre da pretesto e da camuffamento per il delirio proiettivo della logica della merce. Sotto questo aspetto il nazionalsocialismo ha davvero premuto tutti i tasti e su entrambi i lati del meccanismo proiettivo. A finire nei campi di sterminio furono sia i gruppi definiti come «inferiori» sulla base di criteri razzisti e socialdarwinisti (slavi, rom e sinti, omosessuali, disabili, malati psichici etc.), sia gli ebrei, che gli antisemiti concepivano come esseri «superiori» negativi: «Il soggetto del valore integrale deve confrontarsi contro inferiori e superiori».38 Il filisteo piccolo-borghese nella sua tetra omologazione, vittima della sua illusione di essere il soggetto geneticamente «sano» del lavoro e della merce, si sforzò di liquidare entrambi i lati dell’«estraneo» nella propria esistenza, rinchiudendo «gli altri» nelle camere a gas.

La peculiarità del nazionalsocialismo consiste proprio nel fatto che esso fu in grado di realizzare in egual misura, nella sua specifica situazione storica, tutte le conseguenze dell’economia politica dell’antisemitismo. Oltre che alla leggenda positiva di Wörgl i neogeselliani si appoggiano anche alla leggenda negativa secondo cui il regime nazista avrebbe solo «rubato» il loro progettino a base di utopia monetaria senza avere la benché minima intenzione di concretizzarlo. Ma sarebbe impossibile realizzare in qualsivoglia versione questa utopia artigianale del denaro «onesto», soprattutto al grado attuale di applicazione della scienza. Ciò che è possibile realizzare – e i nazisti lo hanno dimostrato – è solo la logica proiettiva immanente all’utopia monetaria piccolo-borghese, destinata a sfociare nello sterminio. Il soggetto del lavoro e della merce non può sfuggire a se stesso ma nel suo delirio strutturale è fondamentalmente incline all’olocausto.

 

XI. Né il nazionalsocialismo, né l’olocausto si ripeteranno mai nelle medesime forme. Ma la contraddizione strutturale fondamentale del soggetto della merce continua pur sempre a sussistere, ed oggi si manifesta con ancora più evidenza nella sua forma ulteriormente sviluppata. Nella nuova grande crisi del sistema della merce, che si ripresenterà nella forma della crisi finanziaria e creditizia ma ad un livello essenzialmente superiore rispetto alla crisi economica mondiale del 1929-33, si tornerà ad invocare anche il vecchio meccanismo proiettivo, seppure in forma modificata.

In questo senso il neo-gesellismo potrebbe rivelarsi particolarmente adatto a fornire perlomeno il nucleo di una nuova costruzione ideologica. Sotto molti aspetti il costrutto geselliano sembra davvero adeguato allo scopo di focalizzare nuovamente, alla fine del XX secolo, la vecchia ideologia dello sterminio e dell’esclusione. Di fatto esso racchiude al suo interno tutti gli elementi essenziali dell’economia politica dell’antisemitismo, anche se in una miscelazione e in una costellazione diversa rispetto all’ideologia nazionalsocialista. Ma è proprio questo che fa del neo-gesellismo il promotore potenziale di un nuovo impulso schizoide nel soggetto della merce, ormai incapace di fondarsi sulla sua ottusa normalità.

Né Gesell né i suoi Freiwirtschaftler vennero mai assimilati, in passato, dall’organizzazione nazionalsocialista e pertanto i loro nipotini ideologici possono raccomandare, senza scrupolo alcuno, lo stesso genere di idee anche al presente. Inoltre, proprio mantenendo la loro ideologia entro i limiti di una mera teoria economica, potranno spalancare le porte ad una forma storica rinnovata dell’economia politica dell’antisemitismo. L’antisemitismo esplicito arriverà in seguito e non farà nessuna differenza se, nella crisi del denaro, i pogrom antisemiti verranno scatenati in prima persona dai neo-geselliani o da bande ispirate alla loro ideologia economica, senza più provare vergogna di fronte alle relative conseguenze antisemite.

Anche nel revival del socialdarwinismo e delle tendenze sociobiologistiche il gesellismo potrebbe assumere una specie di funzione modernizzatrice. Su questo piano la peculiarità di Gesell si traduce in una definizione del presunto inferiore, che non si conforma agli usuali canoni razzisti, bensì a quelli dell’universalismo occidentale, una definizione del tutto corrispondente alla logica della forma-merce nella fase della piena maturità e della globalizzazione. Il delirio biologistico può anche nascondersi anche sotto le sembianze dell’apostolato per l’uguaglianza. Non c’è più in gioco quindi una forma di razzismo diretta contro un ben preciso costrutto «etnico» o contro un certo gruppo umano, ma un’idea altrettanto paranoica che crede nell’esistenza di una «stirpe superiore» di «individui adatti», trasversale ai cosiddetti popoli e alle presunte «razze»; di converso, gli «inferiori» devono essere degradati e, nei limiti del possibile, eliminati, indipendentemente dal colore della loro pelle, dalla loro appartenenza «etnica» etc. Questa perversa «igiene razziale» geselliana è più coerente e universalistica di quella nazionalsocialista e ben si applica ad un socialdarwinismo modernizzato su di un livello di più ampia generalizzazione delle relazioni sul mercato mondiale, assai più devoto ad un assurdo efficientismo funzionalistico globale piuttosto che a determinati pregiudizi razziali. L’ideologia sanguinaria della «sopravvivenza del più adatto» si manifesta qui in una forma pura, universalistica, mondata da tutte le scorie particolaristiche del razzismo tradizionale.

E dunque se il neo-gesellismo è in grado di modernizzare da entrambi i lati il meccanismo della proiezione nel contesto dell’economia politica dell’antisemitismo, lo stesso vale anche per la determinazione del soggetto che verosimilmente eseguirà questo folle costrutto. L’ideologia nazionalsocialista, vincolata com’era ai meta-soggetti collettivi di Stato e nazione, poté condannare il capitale speculativo solo entro i limiti dello statalismo, appoggiandosi, conformemente alle circostanze storiche, al «primato della politica», mentre l’antistatalismo individualista di Gesell, in passato un freno e una zavorra, nella nostra epoca di radicalismo di mercato, può rappresentare nel migliore dei modi il soggetto postmoderno della merce nel suo delirio competitivo.

 

XII. Per mettere a nudo l’economia politica dell’illuminismo con gli strumenti della teoria sociale è necessario ricorrere alla teoria di Marx, che non ha affatto esaurito il suo contenuto. Allo stesso tempo però è illusoria l’idea di poter attingere ad una sorgente marxista di verità immutabili, senza alcun tipo di cesura. Nella nuova crisi epocale non è infatti più possibile mobilitare il marxismo – e le altre teorie critiche del passato – come se niente fosse. Non esiste neppure una sola tradizione del pensiero e della prassi, che bisognerebbe solo tramandare, così come non è possibile tracciare una linea di demarcazione incontrovertibile e familiare tra ciò che è «bene» e ciò che è «male», tra ciò che è «giusto» e ciò che è «sbagliato». Ma è proprio in una tale pseudo-continuità che si è perfettamente accomodato il marxismo volgare della sinistra radicale, sempre pronto a sermoneggiare moralisticamente sotto le coltri del suo costrutto identitario, fingendo che sia sempre possibile sopravvivere, senza troppo sforzo, grazie alle risorse di una teoria inesauribile – ma che in realtà ha già detto tutto l’essenziale – estraendo ad ogni momento dal taschino una verità pronta all’uso.

Né la teoria di Marx, né il marxismo storico hanno già oltrepassato la storia capitalistica ed è quindi all’interno di questa storia che essi vanno compresi riflessivamente. Solo in questo modo sarà possibile capire cosa vi sia da storicizzare nel marxismo e nella teoria di Marx e cosa invece sia ancora valido ai nostri giorni (e forse solo ai nostri giorni). È addirittura sorprendente quanto poco la storia della modernità sia stata sottoposta ad una lucida disamina critica. È evidente che le costruzioni identitarie delle principali correnti ideologiche furono e sono tuttora dirette ad imbellettare e a giustificare il proprio campo e la propria galleria degli antenati. Una circostanza che basterebbe da sola a testimoniare l’esistenza di un elemento comune e generale tra queste posizioni apparentemente incompatibili ed antagonistiche.

L’ideologia socialdarwinista, le tendenze biologistiche e la naturalizzazione del sociale appartengono tutte alla storia dell’imposizione del moderno sistema della merce; sono tutte creature del pensiero positivistico, tali da riflettere la forma-merce totale. Esse riaffiorano ad ogni fase di sviluppo della modernità, soprattutto nelle cesure strutturali tipiche delle crisi. L’infausta circostanza per cui il medesimo patrimonio dottrinale si ritrova in abbondanza anche nel movimento operaio e nei leader ideologici del marxismo dimostra fino a che punto quest’ultimo sia irretito nella più generale riflessione borghese della modernità. Questa cattività si spiega con il fatto che tanto il marxismo quanto il movimento operaio furono elementi intrinseci della modernizzazione, della sua penetrazione ulteriore su tutti i livelli. Ancora ben dentro il XX secolo all’ordine del giorno non c’era certo il superamento della moderna società feticistica quanto piuttosto il suo sviluppo e la sua riforma interna (riconoscimento del «lavoro» come funzione sistemica del capitale), nonché la corrispondente «modernizzazione di recupero» nelle regioni periferiche globali.

Pertanto cadrebbe in errore chi volesse attribuire gli elementi socialdarwinistici e naturalistici del marxismo storico soltanto alle aberrazioni soggettive di qualche ideologo. Né è possibile annullare, come d’incanto, tutte le differenze tra il marxismo, l’utopia del denaro di Gesell e il nazionalsocialismo. Pur essendo parte dell’economia politica dell’antisemitismo, l’ideologia di Gesell non è affatto identica al nazionalsocialismo; analogamente, anche se certamente esistono punti di contatto e intersezioni tra il marxismo storico, il gesellismo e il nazionalsocialismo, non è lecito includere il marxismo e il movimento operaio nella specifica economia politica dell’antisemitismo. Si dovrebbe parlare piuttosto di un contrassegno ideologico epocale immanente all’ascesa storica del sistema della merce; la questione concerne adesso la possibilità che questi elementi ricompaiano in forme nuove nella crisi secolare del sistema.

Le cose si fanno più chiare solo se le affinità e i punti di contatto tra le ideologie contrapposte della storia della modernizzazione, invece di essere considerati nella loro fenomenologia superficiale, vengono ricondotti sul livello basale delle categorie della logica della merce. A questo proposito occorre dire anzitutto che tutte le ideologie moderne sono essenzialmente ideologie del lavoro. Questo vale sia per le ideologie affermative e protocapitalistiche, sia per quelle critiche e apparentemente anticapitalistiche. È questo aspetto comune a costituire, in sostanza, l’irretimento generale nella moderna forma-merce totale. Fondamentalmente il processo dell’economia di mercato è un’utopia reale del «lavoro», una specie di metafisica reale. E tutti i filoni della critica sociale degli ultimi due secoli, compreso il marxismo, erano anch’essi utopie del lavoro, imprigionati in qualche variante della metafisica del lavoro, con i piedi piantati sul medesimo terreno storico, ben lungi dal comprendere che l’astrazione reale «lavoro» appartiene anch’essa al sistema capitalistico.

Anche Marx ontologizza il «lavoro», ma non in maniera monolitica. Nella sua teoria questo problema viene picchiettato da numerose macchie oscure, che eccedono la metafisica del lavoro. Indubbiamente però, su questo punto, la teoria di Marx è ancora compatibile con il mondo borghese. Marx non afferma mai in modo indiscutibile e polemico che il «lavoro» non è un’invariante antropologica sovrastorica ma una categoria funzionale storicamente limitata del sistema della merce, a dispetto di taluni spunti discordanti, interpretabili in tal senso. Per giunta il marxismo degli epigoni del movimento operaio prese partito per il «lavoro» in maniera totale e addirittura militante. Va detto però che Marx riconobbe quantomeno la necessità della soppressione della forma-merce, anche se sulla base della categoria «lavoro», interna alla logica della merce, mentre il marxismo degli epigoni, anche su questo punto, non oltrepassò mai i limiti della forma feticistica oggettivata. Pertanto, a dispetto della critica rivolta a Proudhon e ai socialisti ricardiani, la teoria di Marx racchiude un elemento che la riconcilia fondamentalmente con tutte le utopie del lavoro e della merce della storia della modernizzazione (inclusa quella geselliana) e che rappresenta quindi un’ulteriore incoerenza della critica marxista a tali ideologie.

Questa incoerenza viene alla luce, da una parte, quando si rimprovera alle critiche unilaterali del capitale circolativo la loro fissazione sul livello della circolazione e della distribuzione, lasciando indenne la produzione capitalistica reale. Questo rimprovero è certamente giustificato; tuttavia è forse il caso di chiedersi se, su questo punto, il marxismo sia all’altezza dei propri criteri. Certo, esso parla incessantemente di «produzione», senza un’intenzione critica bensì affermativa, produttivistica, tutta interna al feticismo del lavoro del sistema della merce. Poiché interpreta il «plusvalore» come «lavoro non retribuito», da remunerare in maniera equa, la riflessione del marxismo non supera i limiti della mera giustizia redistributiva, proprio come Proudhon o i geselliani, né sfiora le forme feticistiche basilari del moderno sistema della merce, ossia le «condizioni di esistenza» che permettono alla riproduzione di assumere la forma del guadagno monetario. Nonostante qualche occasionale smentita di Marx, la sua teoria offrì certamente alla corrente principale del marxismo sufficienti punti di appoggio per un’interpretazione opportunistica, all’insegna dell’ideologia inveterata della «piena retribuzione del lavoro», tipica del movimento operaio, solo in una variante diversa rispetto a Lassalle e a Gesell.

 

XIII. Su questo livello si è sostanzialmente incagliata anche la critica più recente del marxismo tradizionale ai geselliani, ad esempio quella formulata dalla «sinistra ecologista». È un critica «benintenzionata» ma più diligente e caparbia che efficacemente diretta verso il nocciolo della questione; lo dimostra il fatto che la descrizione dei numerosi legami trasversali, personali ed organizzativi dei Freiwirtschaftler vecchi e nuovi con le correnti völkisch, neo-radicali di destra, razziste e antisemite ha una rilevanza assai maggiore rispetto alla critica reale, quella economica, che invece gode di uno spazio ben più esiguo (vedi Bierl 1994).39 La descrizione di questo lato politico superficiale non è certo privo di merito ma una critica che si focalizza principalmente su questo punto, corre regolarmente il rischio di scivolare verso teorie paranoiche della cospirazione «invertite».

Al gesellismo si contrappone l’usuale interpretazione riduttiva del concetto di sfruttamento di Marx, a misura del movimento operaio e ottusamente focalizzata sulla distribuzione: «I lavoratori producono beni il cui valore è superiore al salario con cui vengono retribuiti. Questo salario corrisponde al valore dei beni e dei servizi necessari a conservare la forza-lavoro umana. La differenza tra il valore dei beni prodotti e il salario è il famigerato plusvalore, che viene assorbito dal capitale. Per giunta, come se niente fosse e in un batter d’occhio. Per Gesell il plusvalore significa solo interesse e rendite […]».40

Effettivamente sembra tutto molto semplice. Però l’autore non si rende conto che l’oggetto della sua polemica non è il modo di produzione capitalistico ma solo il modo di distribuzione capitalistico. Da una parte la depravazione sociale delle «spugne del plusvalore», diversamente da Gesell, viene attribuita non solo ai percettori di rendite ma anche agli imprenditori industriali, dall’altra però la base del rapporto complessivo, la categoria feticistica del «valore», non viene affatto criticata ma giudicata alla stregua di un pomo della discordia che i soggetti sociali si contendono. Non si abbandona il livello della circolazione o della distribuzione solo perché si accusa di «sfruttamento sociale» e di «espropriazione del plusvalore», oltre che il prestatore a interesse anche il capitalista industriale, se ci si limita a ripetere il medesimo asfittico argomento in una sfera più vasta. In realtà la vendita della merce forza-lavoro si verifica nella sfera della circolazione e la differenza nel livello dei redditi monetari è un mero fenomeno distributivo. Una critica radicale della produzione (non solo della circolazione e della distribuzione) dovrebbe aggredire la forma-valore come tale, la razionalità economica e quindi l’astrazione «lavoro» ma da una tale critica il marxismo è più che mai distante. Esso pertanto si limita ad estendere la demonizzazione del capitalista speculativo, tipica dell’economia politica dell’antisemitismo, anche al capitalista produttivo, persistendo nel riduttivo paradigma soggettivistico e sociologistico della società feticistica. Ancora peggio: proprio a causa di questo paradigma il marxismo, come testimonia abbondantemente la sua storia, si è dimostrato incline a motivi antisemiti (a questo proposito vedi Bösch 1995).41

D’altro canto gli obiettivi del marxismo, così come quelli del gesellismo, restano pur sempre ingabbiati nelle categorie della logica della merce, anche se, come sempre, su di un livello diverso. La piattaforma comune nel feticismo del lavoro fa sì che il marxismo si limiti a contrapporre in maniera specifica un lato «buono» a uno «cattivo» sul terreno mai superato del sistema della merce. Al posto dell’utopia diretta del lavoro, della merce o del denaro, tipiche dei ricardiani di sinistra, di Proudhon e di Gesell, subentra un’utopia indiretta, cioè un’utopia dello Stato. Il mito dello «Stato dei lavoratori» o dello «Stato del futuro» (come lo chiamava la vecchia socialdemocrazia) ha un obiettivo che non si diversifica in nulla da quello delle ideologie storiche concorrenti: garantirsi simultaneamente la botte piena e la moglie ubriaca, ossia proseguire con le categorie reali della produzione di merce, anche facendo a meno delle loro «condizioni di esistenza». Al posto dell’acciarpatura monetaria geselliana subentra un rammenduccio statalista, che non potrà che sfociare a sua volta (come si è dimostrato) in una nuova forma di acciarpatura monetaria, destinata al naufragio.

In altri termini il marxismo, rispetto ai geselliani, sia per quanto riguarda la definizione dell’oggetto della critica, sia nella determinazione dei suoi obiettivi, perfeziona solo un «salto di livello» all’interno della stessa logica. Da una parte l’utopia geselliana del denaro permane all’interno dell’economia della merce in senso stretto ed intende sbarazzarsi dello Stato, dall’altra, all’opposto, il marxismo si dirige risolutamente verso il polo statalista del sistema della merce, illudendosi di imbrigliare da lì le categorie reali non trascese della produzione di merce. Ciò che si ha è solo un’abolizione superficiale della finzione giuridica della «proprietà privata» all’interno della propria sfera funzionale (statalista), senza la concomitante abolizione della specifica costellazione formale della privatezza astratta e quindi dell’autoalienazione umana. Ripetiamolo per l’ennesima volta: il soggetto borghese vorrebbe abolire la società borghese senza abolire se stesso in quanto soggetto borghese; nel marxismo l’utopico soggetto politico ha sempre la meglio sull’utopico soggetto monetario. Il denominatore comune è il soggetto del lavoro e della merce, il quale, in tutti i suoi derivati, è sempre incline alle ideologie dell’esclusione, a strutture repressive e, nella crisi, a reazioni barbariche.

 

XIV. È la prova che è impossibile formulare una critica conseguente del neo-gesellismo e, più in generale, di ogni altra forma di economia politica dell’antisemitismo, se si resta nell’orizzonte di un marxismo insuperato. Occorre invece riesaminare e sottoporre la storia della modernizzazione ad una critica più feconda rispetto al passato, se non vogliamo che la nuova crisi economica globale, che coglierà di sorpresa i sopravvissuti del marxismo, scateni un’ondata, probabilmente mediata dall’ideologia geselliana, sulla coscienza sociale, capace di travolgere buona parte della ex-opposizione di sinistra e degli alternativi. È proprio la simultaneità tra il collasso ideologico del marxismo e la nuova qualità della crisi del sistema capitalistico a determinare la pericolosità della situazione sociale nella seconda metà degli anni Novanta. Il vuoto lasciato dalla critica sociale marxista rischia essere riempito dall’economia politica dell’antisemitismo – e dal fondamentalismo islamico in altre regioni del globo – e in maniera tanto più vigorosa quanto più si farà incisiva la crisi del «lavoro», della forma-merce e delle relazioni basate sul denaro.

Il presupposto indispensabile per il superamento del sistema della merce è il superamento delle ideologie obsolete di un passato agonizzante, incluso il marxismo. Solo così sarà possibile mettere a frutto il contenuto ancora valido della teoria di Marx, rinnovando il pensiero critico ed emancipatore. La situazione si può sintetizzare così: il marxismo statalista (con la sua riduttiva utopia dello Stato) deve arricchirsi con la critica radicale anarchica dello Stato e lo stesso dovrà fare l’anarchismo (con la sua utopia decurtata del denaro), fautore dell’individualismo plasmato sulla forma-merce, con la critica radicale di Marx al feticismo della forma-merce. Naturalmente non lo si potrà fare in maniera eclettica, combinando superficialmente questi sistemi teorici antagonisti nella forma intrascesa del passato. Invece un reale superamento sarà possibile solo nella misura in cui verrà superata nel contempo la moderna metafisica del lavoro, che è la base comune di entrambe queste forme della vecchia critica sociale. È necessario sostituire l’astrazione reale «lavoro», presupposta inconsciamente e modellata sulla forma-merce con una forma di riproduzione nuova, al di là del mercato e dello Stato, così da liberare il «ricambio materiale dell’uomo con la natura» (Marx) dal terrore dell’astrazione della moderna forma feticistica, superando la separazione funzionalistica delle sfere dell’esistenza sulla base di «attività autonome».

A questo scopo è necessario risolvere un buon numero di problemi, sia sul piano teorico che su quello pratico, legati al nuovo processo storico di crisi. Non sarà più possibile, ad esempio, istituire un nuovo «principio» astrattamente generale in luogo della vecchia forma feticistica, poiché si tratterebbe solo di un ulteriore prolungamento del pensiero e della prassi assoggettati alla logica della merce. Proprio all’opposto una rivoluzione sociale capace di oltrepassare il complesso mercato-Stato della forma-merce totale, ormai insostenibile, potrà avvenire solo mediante una pluralità di tentativi su livelli assolutamente diversi: in un ambito immediato nuove forme comunitarie di produzione e di autogestione dei servizi; nell’ambito dei settori centrali dell’industria un nuovo dibattito sulla pianificazione senza la direzione dello Stato (magari con l’ausilio di modelli cibernetici ed ecologici) al di là dello Stato e dell’economia nazionale. In questo senso centrale è l’idea che il livello di socializzazione e di produzione della modernità non va semplicemente liquidato, che occorre invece selezionare le sue potenze e le sue forme fenomeniche secondo criteri sensibili ed estetici. Tutto questo si pone già ben al di là del confronto con la fiacca utopia del denaro geselliana.

Decisiva è la possibilità teorica e pratica di demercificare le risorse reali, così da «sfruttarle» diversamente, appropriarsene etc. Nell’ambito dell’«economia locale» lo si potrebbe fare senza escludere riflessioni ulteriori. In questa nuova prospettiva non sussiste nessun dissidio tra tentativi «piccoli» o «grandi», locali o destinati alla società nel suo complesso, ma solo tra la possibilità di abolire o meno la soggettività borghese dello scambio e del denaro, plasmata sulla forma-merce, in qualche settore parziale (e poi in prospettiva nell’intera società). Di conseguenza non è il caso di demonizzare circoli di scambio e surrogati locali del denaro se risultano funzionali all’aiuto reciproco, locale, di vicinato; sulla loro base però non è possibile imboccare la strada verso il distacco effettivo dalle relazioni basate sulla merce e sul denaro e per una trasformazione del soggetto borghese dello scambio. Esiste perfino il rischio che la natura borghese delle monadi si consolidi ulteriormente proprio nel microsettore delle alternative pratiche, cioè proprio essa si dimostra già obsoleta. E non è difficile immaginare che questi tentativi possano cadere nella rete del gesellismo e dell’economia politica dell’antisemitismo.

 

XV. Una risorsa fondamentale che sarebbe verosimilmente possibile sottrarre alla forma-merce da parte di un grande movimento sociale è la terra. A certe condizioni il problema della terra, che si fa sempre più pressante a livello globale, potrebbe sicuramente favorire una mobilitazione sociale scevra da coloriture utopistiche od opportunistiche. Il fatto che anche Gesell sostenga l’idea della «libera terra» e che la «questione della terra» riaffiori continuamente nel sistema irrazionale dell’antisemitismo, non ci deve fuorviare circa l’importanza di questo fondamentale problema che concerne le risorse.

Oltretutto le correnti antisemite, con la loro critica dell’interesse, attribuirono al concetto di «terra» un significato più ideologico che socio-economico al fine di legittimare le loro folli idee völkisch e razziste (come nell’espressione «sangue e suolo», tipicamente nazionalsocialista). Lo stesso Gesell associa la «libera terra» alle idee socialdarwiniste e biologistiche della «selezione umana», che mettono in relazione, come fu per i nazisti, la «salute» della terra con la «salute ereditaria». Peggio ancora: nei riguardi del problema della terra ciò che neo-geselliani come Klaus Schmitt travestono da «femminismo fisiocratico», si colloca pur sempre nell’orizzonte dell’«igiene razziale» socialdarwinista. Infatti Gesell propose che, una volta abolita la proprietà privata della terra, il canone di affitto (pagato tra l’altro dai «migliori offerenti») venisse convertito in un «sussidio di maternità», cioè in una sorta di «premio di prolificità» per il «bestiame da riproduzione» in nome della follia dell’«allevamento umano» e della «riproduzione dei migliori competitori».

La demercificazione della risorsa «terra» non esige affatto una legittimazione così assurda e pericolosa. La rivendicazione del libero utilizzo della terra, immune da privilegi e organizzato secondo i criteri dell’autogestione comunale, non è certo esclusiva dell’economia politica dell’antisemitismo, che si è limitata piuttosto a strumentalizzarla. Tale richiesta, in realtà, venne regolarmente avanzata da pressoché tutti i movimenti sociali a partire dal Medioevo fino ai giorni nostri (compreso il movimento operaio). Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale, essa cessò di esistere nel ristretto novero dei principali paesi industriali (anche nell’immaginario sociale) poiché l’aumento dei salari e lo Stato sociale, entrambi legati al mercato mondiale, che accompagnarono l’espansione fordista tolsero ogni rilevanza al problema. La questione rimase invece prioritaria nella periferia capitalistica e nelle regioni postcoloniali del cosiddetto Terzo mondo e oggi potrebbe trasformarsi ancora una volta in un fattore importante per un nuovo movimento rivoluzionario, anche nei principali paesi occidentali, acquistando così un nuovo impulso (da associare naturalmente con altre rivendicazioni sociali).

La teoria di Marx formula intermini estremamente dettagliati sul piano economico una critica della rendita terriera capitalistica e l’idea di una demercificazione della terra; su questo punto è senz’altro possibile confrontare altri economisti e critici sociali (che non abbiano come retroterra l’economia politica dell’antisemitismo). Incidentalmente questo è uno dei pochi ambiti in cui appare sensata la pretesa del defunto socialismo di Stato di rappresentare un’alternativa socio-economica alla variante occidentale del sistema della merce. Infatti la maggioranza dei paesi socialisti aveva escluso integralmente o parzialmente la terra dalla circolazione delle merci (come i rivoluzionari messicani, almeno nelle loro ambizioni): non la si poteva né acquistare, né vendere. Ma allora sarebbe il caso che i paesi dell’Europa orientale, gravati da affitti impossibili e da una moltitudine di senzatetto causati dalle privatizzazioni, riprendessero questo progetto, questa volta però nella forma dell’autogestione comunale (non in quella della burocrazia di Stato) e a diffonderlo anche in Occidente, invece di adottare le idee della «libera terra» di Gesell, sgradevolmente intrise di socialdarwinismo.

 

XVI. Appare improbabile che l’utopia geselliana del denaro possa mai conquistare rilevanza pratica sul piano economico oppure che l’economia politica dell’antisemitismo si trasformi un giorno nella dottrina di Stato di qualche paese. Verosimile è invece che la sindrome ideologica complessiva nella forma individualizzata geselliana accompagni il processo di crisi del sistema globale della merce e si converta in uno dei tanti modelli di disgregazione della civiltà moderna. All’interno del processo cieco del sistema emergono con sempre più frequenza quelle forze che sono già in grado di esercitare questo nuovo tipo di barbarie: prima di tutto la mafia nella sua versione meridionale, orientale ed occidentale, poi le gang giovanili di strada, razziste ed incendiarie (dalla Germania al Ruanda), infine gli apparati amministrativi e repressivi delle democrazie stesse, ormai allo sfacelo.

Come quarto potere della barbarie secondaria prende sempre più piede un sistema di sette rigoglioso e selvaggio, talvolta rivestite di paludamenti religiosi ed escatologici (come Scientology o la setta «chimica» Aum Shinrikyō42), oppure nella forma di singolari comitive di miglioratori del mondo, di organizzazioni per il rilascio di ricettine socio-economiche, di cui proprio i Freiwirtschaftler rappresentano un esempio meraviglioso. Tutte queste sette sono accomunate dall’idea per cui sarebbe possibile ricondurre il mondo sulla retta via in virtù di una leva universale (concepita in termini astratti) invece di elaborare il problema della genesi storica della moderna costituzione sociale basata sulla forma-merce e sviluppare i concetti della trasformazione sociale. I mestieranti e gli azzeccagarbugli sociali imbarbariti, con il loro miserevole senso comune economico, una volta abbandonati dagli ex-critici sociali – generalmente convertiti in «realisti» dell’economia di mercato della peggior specie dopo un’elaborazione affermativa della svolta epocale – coltivano nei loro orticelli intellettuali una nuova economia politica dell’antisemitismo.

Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che questa riserva ideologica, già solo in quanto «mera» dottrina economica epigonale, non ancora pienamente riconoscibile, raccolga oggi sempre più adepti; un fenomeno che non si incarna in un grande movimento sociale ma assume piuttosto la forma di un patchwork di gruppuscoli e di piccole congreghe geselliane che generano venditori porta a porta, pubblicisti e predicatori ideologici. Equipaggiati con espedienti piccolo-borghesi a base di utopie monetarie si accalcano nel mercato fiorente delle sette apocalittiche, tutti consacrati a contrabbandare qualche bizzarro principio salvifico. Mentre la crisi prosegue possiamo osservare, quasi come in una ripresa accelerata, la disgregazione delle coscienze fissate sulla forma-merce e l’irruzione della paranoia. Operando come un catalizzatore ideologico l’economia politica dell’antisemitismo è quantomai adeguata a portare all’ebollizione l’intruglio intellettuale di una coscienza impegnata ad elaborare la crisi in forme deliranti, da cui scaturirà inevitabilmente l’orrore del pogrom; per giunta il patrimonio ideologico geselliano si è considerevolmente ramificato e nel frattempo, partendo dalle sette, dalle abitazioni collettive e dalle pubblicazioni sub-culturali, si è esteso fino alle chiese e ai sindacati, al management, alla classe politica (soprattutto tra i Verdi) e al mondo scientifico. Al presente l’economia politica dell’antisemitismo ha più l’apparenza di una piaga stravagante nella sfera intellettuale generale; tuttavia, con la crisi progressiva del denaro, essa potrebbe rivelarsi tutt’altro che innocua, anche in una versione riscaldata, soprattutto se la furia dell’autoaffermazione sfodererà i suoi artigli socialdarwinisti e manchesteriani nella concorrenza e, allo stesso tempo, risorgerà il delirio della cospirazione mondiale.

Ad un livello differente di sviluppo qualcosa di analogo si era già verificato circa un secolo fa. La transizione verso l’industrializzazione fordista e il capitalismo totale del XX secolo provocò una rottura strutturale tale da squassare fin dalle fondamenta le società occidentali, soprattutto quella tedesca, a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo fino all’assunzione del potere da parte dei nazionalsocialisti. Già prima della catastrofe della Grande guerra pullulava già ogni sorta di organizzazione salvifica: nudisti, vegetariani radicali, sette antisemite, «riformatori della vita», movimenti per il risveglio religioso, organizzazioni dispensatrici di rimedi economici universali, società pseudoscientifiche dalle idee vitalistiche e biologistiche, «santi per i tempi di crisi»,43 esoteristi ed occultisti, club buddhisti etc. Fu in quell’epoca che nacque l’idea folle della «cospirazione mondiale» nelle versioni più disparate che ossessionarono le menti (e che possono essere agevolmente decifrate come personificazione e demonizzazione fantasmagorica del processo cieco del mercato mondiale industrializzato, sperimentato come una minaccia). E non è un caso neppure il fatto che Gesell abbia pubblicato le sue opere in questo contesto spirituale, percorrendo fino alla sua morte, nel 1930, una carriera da «santo della crisi» dell’utopia del denaro del filisteismo borghese.

L’antisemitismo esplicito attecchì e prosperò sul terreno di questo scintillante universo policromo delle sette, non solo quindi presso i nazisti che furono anch’essi, in origine, una setta politica dai tratti assurdi. Oggi non siamo adeguatamente consci del fatto che tutti gli elementi abitualmente considerati come esclusivi del nazionalsocialismo, in realtà erano abbondantemente presenti anche nelle ideologie di molti suoi avversari dell’epoca. Ci furono persino esponenti dell’emigrazione di ogni tendenza che, nonostante si fossero scontrati per ragioni diverse con il movimento hitleriano, ne condivisero l’antisemitismo e il socialdarwinismo e presero contatto nei loro paesi d’esilio con correnti del tutto affini. Solo retrospettivamente si sentì il bisogno di ritoccare ritratti ed autoritratti perché nessuno avrebbe mai voluto essere accostato alle atrocità di Auschwitz.

 

XVII. Alla fine del XX secolo, ad un livello di sviluppo assai superiore, ci viene cucinata la stessa zuppa. Archiviata l’epoca delle grandi catastrofi della prima metà del secolo assieme alle sue sindromi intellettuali (idee paranoiche di redenzione, stravaganze da «riformatori della vita» e sette di crisi), la breve estate siberiana del «miracolo economico» fordista aveva esorcizzato, in apparenza, lo spettro dell’antisemitismo, cancellando il ricordo della sua genesi ideale. Il problema è che la struttura ideologica dell’economia politica dell’antisemitismo è connaturata alla forma-merce sociale e giace quindi nell’«inconscio collettivo», da cui può riemergere in qualsiasi momento in forme mutate.

L’epoca storicamente effimera della prosperità economica ha inculcato in maniera ignobilmente meccanica nelle teste della critica sociale marxista la clamorosa illusione che, sostanzialmente, il sistema della merce si fosse lasciato il peggio dietro alle spalle e quindi che il problema consistesse semplicemente nella cancellazione graduale dei segni della catastrofe epocale mediante un lavoro di rimozione e di sviluppo. Potrebbe apparire assurdo ma la validità di questa irenica teoria democratica non viene contestata neanche ora (ed è stata perfino consolidata dal collasso del socialismo di Stato), sebbene la prosperità da economia di mercato si sia liquefatta ormai da tempo. E nel cono d’ombra della conventicola riformista habermasiana, del tutto cieca nei confronti dell’avanzata reale della crisi, viene lanciata questa irrazionale parola d’ordine: «Civilizzare il capitalismo fino a renderlo irriconoscibile» (Helmut Dubiel). In realtà si è verificato proprio l’esatto contrario: è la critica sociale radicale che è stata sfigurata fino a diventare irriconoscibile, subendo inoltre un vero e proprio «addomesticamento» democratico, invece di rinnovarsi «superando» se stessa.

A questo proposito occorre tenere conto di un fatto: l’opposizione radicale della «nuova sinistra», come avvenne in seguito per il movimento alternativo dei Verdi, sperimentò la sua socializzazione politica durante gli ultimi lembi della prosperità fordista e poté sempre giovarsi, implicitamente, della posizione favorevole sul mercato mondiale dell’Occidente e, in particolare, della Germania Occidentale. Il retroterra silenzioso delle sue idee, dei suoi programmi, delle sue soluzione e delle sue rivendicazioni consisteva pur sempre nel «buon funzionamento dell’economia di mercato», magari solo in termini relativi, anche quando essa si immischiava con la teoria della crisi. In ogni caso, qualsiasi genere di «teoria del crollo» suonò sgradita fin dal principio e venne giudicata alla stregua di un tabù, trasversalmente a tutte le fazioni, sebbene l’oggetto di questa repulsione, regolarmente privo di un’elaborazione sistematica, conducesse ormai da tempo un’esistenza chimerica. Proprio la rimozione della possibile fine catastrofica ed assoluta del sistema della merce lasciava presagire fin da subito che anche la Nuova sinistra, come la vecchia, non avrebbe attraversato il Rubicone della critica radicale.

Trasformatasi in un processo socio-economico ed ecologico, la crisi stimolò comunque nuove forme di reazione. Ma diversamente da quanto accadde a cavallo tra Otto- e Novecento, la rottura strutturale delle fine del XX secolo si colloca su di un livello superiore: ci sono segnali che ci indicano che non si tratterebbe più di una transizione verso una nuova fase del sistema della merce sulla base dei suoi fondamenti (come si presuppone generalmente nel solito tono ottimistico) ma di un processo di collasso effettivo della coesione (mediata dalla forma-merce) tra «lavoro» e «denaro», in cui il sistema pienamente maturo distrugge irrimediabilmente proprio quei fondamenti. Sia i «realisti»44 che i sopravvissuti del vecchio intrasceso radicalismo di sinistra, cercano di ripararsi dietro ai criteri ormai folli della rivoluzione e della ragione borghese (gli uni in una forma più consona ai tempi, conforme alla democrazia di mercato, gli altri mediante una versione insipida e diluita della lotta di classe veteromarxista, entrambe interne al pensiero illuminista plasmato sulla forma-merce); D’altro canto l’opposizione verso questa rimozione della crisi scivola gradualmente nell’irrazionalismo, il quale, come si poteva ben vedere fin dal principio, non sopprime la razionalità borghese perché è solo il suo rovescio ed attacca le manchevolezze della ragione in forma-merce (a cominciare da Johann Georg Hamann nel XVIII secolo) solo per indicare, nelle rotture delle crisi, paradigmi barbarici per il pensiero e per la prassi. Questa alternativa ingannevole e nefasta risorge anche oggi nella nuova grande crisi del sistema della merce.

Gli anni Ottanta non furono solo l’era del capitalismo da casinò e dell’ultimo grido di un delirio consumistico per edonisti volgari, drogati dallo shopping, ma segnarono anche l’inizio di una nuova fioritura per le sette politiche, socio-economiche, culturali e religiose (si veda a questo proposito Scholz 1995).45 Se ne fecero promotori, sia sul piano ideale che quello personale, la «nuova sinistra» e, in seguito, il movimento alternativo dei Verdi. Già nel corso degli anni Settanta le proposte del movimento psichico, della «politicizzazione del privato», della critica del rapporto tra i sessi e così via – il cui tenore era sicuramente emancipatore ma che non seppero riallacciarsi alla critica della forma feticistica moderna – sfociarono clandestinamente in un boom dell’irrazionalismo. E così, già all’inizio degli anni Ottanta, qualche intransigente apostolo della rivoluzione mondiale degli anni Settanta iniziò a vagabondare con la casacca arancione dei discepoli di Osho Rajneesh. E negli ambienti alternativi ecologisti, sempre nei primi anni Ottanta, prosperarono la mistica della natura e un lezioso romanticismo alla camomilla; le stravaganze da «riforma della vita»,46 tipiche della svolta del secolo, rinacquero in una forma solo debolmente modernizzata.

Parallelamente all’inasprimento delle restrizioni sociali, questa costellazione ha generato un «clima» conciliante nei confronti di quelle ideologie irrazionali che elaborano la crisi reale della società della merce in una forma grottesca e mistificata. Al posto dell’analisi, della critica e dell’abolizione del sistema della merce si impose la tendenza ad affermarsi nella concorrenza con mezzi fantastici e irrazionali. Sul piano individuale essa comportò l’adozione delle tecniche relative, di modelli di comportamento, delle «regole del gioco» etc.; su quello dell’ideologizzazione collettiva la conseguenza fu invece la marginalizzazione o persino la liquidazione dell’«altro», il cui terreno di coltura fu il mondo delle sette. La base di partenza, oggi come in passato, è una sempre più diffusa «naturalizzazione» del sociale, che si manifesta nel frattempo come un esteso settore ideologico. La propaganda di un «ordine naturale» era già insito nei primi orientamenti verso un concetto astratto di natura, che iniziò a subentrare al concetto sociologico di società e di relazione sociale a partire dagli anni Ottanta. Lo testimonia, ad esempio, l’interruzione della collana «Teoria e storia del movimento operaio» da parte della casa editrice Fischer, che inaugurò nello stesso tempo una nuova nutrita serie dedicata all’«antroposofia», significativamente frammista a titoli quali «Guida al denaro» e «Guida alla speculazione»: si trattava chiaramente di una reazione al mutamento delle esigenze del pubblico. Si era ormai alla vigilia della fine del marxismo del movimento operaio e del suo revival nella «nuova sinistra», cui non si accompagnò certo il suo superamento critico bensì la riesumazione di un altro cadavere ideologico della storia dell’imposizione del sistema della merce, quello dell’irrazionalismo e del concetto astratto di natura; allo stesso tempo si cercava il «sostegno dell’economia di mercato» che era in offerta. Il paradigma stantio della «lotta di classe» nella forma-merce, con il suo riduttivo soggettivismo sociologistico, non lasciò il posto a una riflessione più avanzata, bensì a una regressione perfino al di sotto di quel sociologismo.

Solo un breve passo separa la sostituzione del concetto di critica di società con quello di natura dalla naturalizzazione del sociale e dall’«ordine economico naturale». Alla rinascita dell’antroposofia fece seguito quella di Gesell nonché la penetrazione di questo bagaglio ideologico molto addentro le correnti di sinistra e dell’autonomia. In questo insolito «ritorno dell’economico» ad essere liquidata fu ogni teoria radicale emancipatrice; a profilarsi è invece la caricatura socialdarwinistica di una critica sociale smarrita e distorta. Proprio la «nuova sinistra», rivelatasi incapace di trasformare il marxismo, dopo una fase di transizione durata due decenni, si è convertita in un catalizzatore per la nuova economia politica dell’antisemitismo, che sta iniziando a muovere autonomamente i suoi primi passi nella società, come fecero le precedenti «innovazioni» della sinistra e dei suoi diversi milieu.

 

XVIII. È davvero patetico: persino la «base economica» immediata (nel senso più triviale del termine) di questa metamorfosi ideologica scaturisce dalla degenerazione piccolo-borghese delle biografie degli esponenti della ex-sinistra. Non si tratta qui di denunciare destini ed esistenze individuali in quanto tali; la questione consiste invece nel determinare se e in quale misura l’«essere» economico possa convertirsi, quasi seguendo i dettami di un manuale grottesco, in una «coscienza ideologica». Nel centro ci sono anzitutto i progetti residuali della vecchia logistica di movimento: librerie, case editrici, piccole tipografie, giornali locali e altri progetti mediatici, birrerie legate a certi ambienti etc. che, orfani del movimento e del tutto sprovveduti quanto a critica sociale, furono costretti per sopravvivere a trasformarsi in normalissime piccole iniziative imprenditoriali. Più tardi si aggiunsero i progetti di «vita alternativa»: le solite birrerie, ma anche panetterie, falegnamerie, officine meccaniche, aziende agricole, locali per convegni, pratiche terapeutiche etc.

La maggior parte scelse di attraversare il Giordano al prezzo che i sopravvissuti economici dovettero «professionalizzarsi». Furono in molti a dipendere dai finanziamenti degli istituti di credito; in Germania e in Svizzera si costituirono persino banche alternative.47 In seguito alla «professionalizzazione» di questo angusto settore economico venne criticata (assai comprensibilmente) l’ideologia dell’«autosfruttamento». Ma allo stesso tempo, date le circostanze, prese inevitabilmente piede la classica ideologia filistea del «lavoro onesto» e del «giusto salario per una giusta giornata di lavoro», mescolata in maniera paradossale con «atteggiamenti», teorie e media postmoderni. Fino a che punto questa sindrome può sostenere il gesellismo e l’economia politica dell’antisemitismo? E verso dove si volgono i pensieri nella più personale delle crisi se la personalissima sovrastruttura finanziaria delle attività alternative crolla?

Al presente, in queste cerchie, la gente vota ancora, almeno in parte, il PDS,48 e già questo è un segnale ambiguo in questo incastro tra atmosfera da birreria, ideologia del lavoro, suggestioni vernacolari e odio contro «il» capitale, che mostra già quasi un naso adunco. Quanto tempo ci rimane ancora prima di precipitare definitivamente nella paranoia? E per giunta il micelio dell’economia politica dell’antisemitismo può contare su ulteriori opportunità di crescita. Una parte consistente della scena culturale alternativa non può fare a meno del credito statale – sotto forma, ad esempio, del «salvadanaio alternativo» delle finanze municipali – e questi fondi vengono tagliati persino dai deputati «realisti» del partito dei Verdi. E la reazione a tutto questo non sarà obbligatoriamente emancipatrice perché il suo esito potrebbe anche essere il gesellismo con tutte le sue conseguenze socialdarwinistiche.

Una possibilità che non è da escludere neppure per i jobber degli ambienti postmoderni dell’autonomia e della (ex-)sinistra, né per i free-rider dei media postmoderni (scena musicale, giornalismo, pubblicità etc.). In questi circoli non si è mai vista l’ombra di una critica trascendente o di una proposta pratica per la liberazione dalla forma-merce sociale; la consegna fu di «seguire la corrente» pseudocritica nel capitalismo da casinò. L’ultimo relitto di un marxismo intrasceso, annacquato, e imbottito di teoremi postmoderni (Foucault etc.), più a suo agio con le teorie dei media e della cultura che con la critica dell’economia politica, poté stipulare un’alleanza diabolica, più o meno sotterranea, con la coscienza ipercommercializzata degli anni Ottanta. Ma adesso che l’alternanza tra lavoretti precari e turismo esotico, oppure la gaudente vita postmoderna, viene improvvisamente strangolata dai conti in rosso, verso dove proseguirà il viaggio?

Senza dubbio questi minuscoli ambienti sociali sono ben poco rilevanti sul piano puramente quantitativo ma le loro mutazioni ideologiche non sono comunque prive di effetti reali sulla società. La riproduzione nell’ambito dei movimenti di sinistra e dell’alternativa ecologista è, in senso stretto, tipicamente piccolo-borghese, legata all’esercizio delle libere professioni (in gran parte anche precaria, basata su lavori occasionali) e, sul piano sociologico, si inserisce nello spettro assai più vasto della nuova classe media attiva nel settore pubblico (insegnanti, assistenti sociali etc.) che, proprio come il sistema dei progetti alternativi, si assottiglia sempre più a causa della crisi delle finanze statali; di conseguenza tanto maggiore sarà anche la capacità di penetrazione al suo interno dell’economia politica dell’antisemitismo.

Naturalmente non è possibile contrapporre a questa mentalità piccolo-borghese, con tutti i suoi risvolti sociali, socio-psichici ed ecologici, i cui sviluppi si preannunciano sin da ora spaventosi, il vecchio «punto di vista proletario». Già si vede in maniera chiara e concreta come i settori classici dell’«ideologia degli operai e dei contadini» (agricoltura, miniere, acciaierie, cantieristica navale), ormai alla mercé del credito statale (cioè del «capitale fittizio»), non siano più da tempo un pilastro della riproduzione desostanzializzata del sistema della merce; e così, nel caso di una grande crisi del denaro, essi probabilmente scivolerebbero verso l’economia politica dell’antisemitismo, forse in una versione keynesiana e statalista.

Ma al di sopra di tutte le strutture sociali da esplorare analiticamente si colloca l’individualità astratta come sovrastruttura della degenerazione piccolo-borghese e postmoderna della società nel suo complesso; un processo che non è più legato da tempo alla piccola proprietà quanto piuttosto al nucleo strutturale differenziato del soggetto della merce, prossimo al suo apice storico e alla crisi della forma-merce totale. Sia la catastrofe degli interessi particolari di ogni singolo segmento, sia il processo generale di atomizzazione sociale che coinvolge trasversalmente tutti i segmenti, possono divenire la base per una variante modernizzata dell’economia politica dell’antisemitismo. E di questo è davvero necessario tenere conto. Sin da ora è possibile concludere come non vi è ideologia per quanto esile e assurda che i soggetti della merce, ormai allo stremo, non siano disponibili ad assecondare senza freni inibitori.

Ma sul fatto che l’ideologia irrazionale legata alla crisi si impadronisca della società non è ancora stata detta l’ultima parola. La coscienza individuale non è un riflesso meccanico dell’esperienza sociale e pertanto la pulsione ancestrale che persegue in maniera ossessiva il proprio interesse mercificato potrebbe infrangersi (e in grande stile) contro i limiti storici del sistema della merce. Ma perché ciò avvenga è necessario anzitutto che gli opinion leaders di ciò che resta del movimento di sinistra e dell’alternativa ecologista, nelle imprese e nei mezzi di comunicazione alternativi, negli ambienti dell’edonismo postmoderno, nei progetti culturali, nelle istituzioni sociali e via dicendo, siano risoluti a combattere qualsiasi manifestazione dell’economia politica dell’antisemitismo, rifiutando ogni tentativo di fraternizzazione. In secondo luogo, al cospetto di una tale minaccia, non è più possibile sottrarsi alla necessità di una critica nuova e radicale del sistema della merce, in grado di trasformare e superare criticamente il marxismo del movimento operaio, invece di prolungargli la vita o di scaraventarlo, nella sua vecchia forma, nel baule delle cianfrusaglie inservibili.


R. Kurz, Politische Ökonomie des Antisemitismus
(originale qui ==> http://www.exit-online.org/link.php?tabelle=autoren&posnr=18)

Note:
1. K. Marx, Per la critica dell’economia politica.
2. Ibidem
3. K. Marx, Il capitale. Libro I.
4. Per esempio nel 1849, su iniziativa di Proudhon, venne costituita a Parigi una Banque du Peuple, che però non andò oltre i primi passi.
5. Le teorie economiche di Steiner si trovano nell’opera Nationalökonomischer Kurs, Vierzehn Vorträge (1922); il sistema di Steiner prevede la circolazione di tre forme di denaro, di cui una, il donor, a valore decrescente nel tempo. Per un approfondimento delle idee di Steiner (da una prospettiva favorevole) si veda anche G. Alvi,L’anima e l’economia, Milano, Mondadori, 2005.
6. Economista autodidatta, irriducibile nemico del sistema bancario, di cui invocò inutilmente la nazionalizzazione, e della finanza, fu uno dei fondatori del Partito operaio tedesco (DAP), prototipo del futuro Partito nazionalsocialista. Vale la pena di citare i titoli di due sue opere: Das Manifest zur Brechung der Zinsknechtschaft des Geldes (Manifesto per la fine della schiavitù dall’interesse monetario, 1919) e Kampf gegen die Hochfinanz (La battaglia contro l’alta finanza, 1933).
7. Dieter Suhr, Geld ohne Mehrwert, Francoforte sul Meno, 1983, p. 14.
8. Cfr. Gesell, Die natürliche Wirtschaftsordnung durch Freiland und Freigeld, 1924, sesta edizione, pp. 317 e ss. (prima ed. Les Hauts Geneveys, 1916). In Italia il capolavoro di Gesell non ha mai avuto grande fortuna visto che la prima traduzione italiana integrale del capolavoro di Gesell è stata pubblicata solo nel 2011 in versione e-book:L’ordine economico naturale, Arianna Libri, Milano, trad. di S. Borruso. Su un sito geselliano è disponibile una versione piuttosto libera ed attualizzante ma, probabilmente, fedele nella sostanza, in cui, mi pare di capire,Freigeld viene tradotto come icemoney.
9. Helmut Creutz, Das Geld-Syndrom, Francoforte/Berlino, 1994, p. 32.
10. I socialisti ricardiani (Thompson, Gray, Bray, Hodgskin) interpretarono la teoria classica del valore-lavoro nel senso che la retribuzione del lavoro avrebbe dovuto corrispondere al valore effettivamente creato.
11. Geldpfuscherei; la traduzione segue quella di D. Cantimori, Il Capitale, libro I., Cap. III, Il denaro ossia la circolazione delle merci, nota 50.
12. Letteralmente: «denaro che si riduce».
13. Vi si può leggere tra l’altro questa enfatica profezia: «Ritengo che l’avvenire avrà più da imparare dallo spirito di Gesell che da quello di Marx» (Teoria generale, cap. XXIII).
14. Gesell, op. cit., p. 3.
15. Ibidem, p. 10.
16. Gesell, op. cit. p. XI.
17. Klaus Schmitt, Geldanarchie und Anarchofeminismus, in Silvio Gesell, «Marx» der Anarchisten?, Berlino, 1989, p. 220 e s.
18. Gesell, op. cit. p. 350
19. Cfr. M. Kennedy, Geld ohne Zinsen und Inflation, Monaco, 1994, pp. 97 e ss.
20. Gesell, op. cit., p. 313 e ss.
21. Alex von Muralt, Der Wörgler Versuch mit Schwundgeld, in K. Schmitt, op. cit., p. 275 e ss.
22. Gesell, op. cit., p. XI.
23. Ibidem, p. 12.
24. Schmitt, op. cit., p. 219.
25. Jürgen Elsässer, Antisemitismus: Das alte Gesicht des neuen Deutschlands, Berlino, 1992, p. 55 e ss.
26. Circa l’antisemitismo di Steiner la situazione è piuttosto ingarbugliata. A detta di uno studioso che si è occupato specificamente della questione (Peter Staudenmaier, Rudolf Steiner and the «Jewish Question», Oxford University Press, 2005) è possibile individuare tre periodi nella vita di Steiner: una prima fase di antisemitismo culturale dettato dal suo nazionalismo pangermanico, una seconda fase filosemita attorno alla svolta del secolo e una terza fase di antisemitismo esoterico durante la sua maturità.
27. Cit. in Schmitt, op. cit., p. 197.
28. L’ideologia völkisch combina nazionalismo e patriottismo romantico nello stile di Herder e di Fichte, culto delVolk spinto fino al misticismo, razzismo ed antisemitismo. Sul piano politico difese un ordine sociale corporativo, antagonistico rispetto alla democrazia liberale e al socialismo, basato sul concetto di Volksgemeinschaft(comunità di popolo).
29. Günter Bartsch, Silvio Gesell, die Physiokraten und die Anarchisten, in Klaus Schmitt, op. cit., p. 15.
30. Ibidem, p. 16.
31. Per le tendenze socialdarwinistiche di Kautsky e, più in generale, della socialdemocrazia tedesca si rimanda a R. Kurz, Schwarzbuch Kapitalismus, Die Biologisierung der Weltgesellschaft, disponibile in formato pdf presso il sito www.exit-online.org
32. Joachim Bruhn, Unmensch und Übermensch, über Rassismus und Antisemitismus, in Kritik und Krise 4/5, Friburgo, 1991.
33. Termine di etimologia incerta con cui vennero designate a più riprese culture estranee (soprattutto sul piano linguistico) al confine del mondo germanico (celtiche, neolatine etc.).
34. Gehrard Senft, Weder Kapitalismus noch Kommunismus, Berlino, 1990, p. 196.
35. Lett. «denaro di Feder»; Federgeld è anche il nome di un tipo di denaro fatto di piume di uccello utilizzato in passato da alcune popolazioni della Melanesia.
36. Le Mefo-Wechsel vennero ideate nel 1933 dall’allora ministro delle finanze Hjalmar Schacht. L’ente di emissione era una società fittizia, la Metallurgische Forschungsgesellschaft (Mefo), il cui unico azionista era la Banca centrale del Reich; lo scopo di queste cambiali, simili a titoli di Stato era di rastrellare denaro senza appesantire il bilancio pubblico. Concepite come un rimedio temporaneo ebbero corso per tutto il periodo hitleriano.
37. Christina Kruse, Die Volkswirtschaftslehre im Nationalsozialismus, Friburgo, 1988.
38. Bruhn, op. cit., p. 19.
39. Peter Bierl, Der rechte Rand der Anarchie. Silvio Gesell und die Knochengeld, in Ökolinx 13.
40. Ibidem, p. 7.
41. Robert Bösch, Unheimliche Verwandtschaft. Anmerkungen zum Verhältnis von Marxismus-Leninismus und Antisemitismus, Krisis 16/17, 1995.
42. Il 20 marzo del 1995 questa setta giapponese uccise dodici persone in un attacco alla metropolitana di Tokyo utilizzando il sarin, un tipo di gas nervino.
43. Probabilmente un gioco di parole tra Krisenheiligen (santi di crisi) e Christenheiligen (santi di Cristo).
44. Kurz allude qui alla polemica interna al partito dei Verdi fra l’ala più moderata e incline al compromesso politico («Realisten») e quella più vicina al marxismo tradizionale («Fundamentalisten»), risolta a favore dei primi.
45. Roswitha Scholz, Die Metamorphosen des teutonischen Yuppie, in Krisis 16/17.
46. Per «riforma della vita» [Lebensreform] si intende un ampio movimento non unitario che si sviluppò soprattutto in Germania e in Svizzera a partire dalla seconda metà dell’Ottocento come reazione all’industrializzazione e all’urbanesimo. Le comunità «riformate» predicavano un ritorno alla natura, incoraggiando pratiche quali, ad esempio, il vegetarianesimo, il nudismo, la medicina alternativa etc.
47. Fu negli anni Settanta che debuttarono le cosiddette banche alternative, in Italia meglio conosciute sotto l’etichetta di «banche etiche», generalmente in forma cooperativistica, le cui attività di prestito e di investimento sono condizionate al rispetto di criteri sociali, ecologici, politici etc.
48. Partito del socialismo democratico, fondato sulle macerie della SED, il partito-stato della Repubblica Democratica tedesca.

L’ultimo uomo: i suoi disvalori, durante la dittatura chiamata Fine della storia!

Dirò loro di ciò che più è spregevole: cioè dell’ultimo uomo.

E Zarathustra, allora, disse al popolo cosi:

«È giunto il tempo che l’uomo si proponga una meta. È giunto il tempo che l’uomo getti il seme della sua più alta speranza.

Il suo terreno è abbastanza ricco, oggi, per ciò. Ma un giorno sarà impoverito e sfruttato e non potrà dar vita a nessun albero di alto fusto.

Guai! Si appressa il tempo in cui l’uomo non lancerà più la freccia della sua brama oltre l’uomo, e la corda del suo arco avrà disappreso a sibilare!

Io vi dico: bisogna aver ancora un caos in sé per poter generare una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos in voi.

Ahimè! Prossimo è il tempo in cui l’uomo non potrà più generare nessuna stella! Ahimè! Prossimo è il tempo del più spregevole tra gli uomini, che non saprà né anche più disprezzare sé stesso.

Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo.

Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è brama? Che cosa è l’astro? — così chiede l’ultimo uomo, ammiccando.

La terra sarà allora divenuta piccina, e su di essa saltellerà l’ultimo uomo che impicciolisce ogni cosa. La sua razza è tenace, come quella della pulce; l’ultimo uomo vive più a lungo di tutti.

Noi abbiamo inventata la felicità — dicono, ammiccando, gli ultimi uomini.

Essi hanno abbandonate le regioni dov’era dura la vita: giacché han bisogno di calore. Si ama ancora il vicino e ci si stropiccia a lui, perché si ha bisogno di calore.

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L’ammalarsi e il diffidare è per essi un peccato: ei camminano guardinghi. Un folle è colui che ancora incespica nei sassi o negli uomini!

Di quando in quando un po’ di veleno: ciò produce sogni gradevoli. E molto veleno alla fine, per procurarsi una piacevole morte.

Si lavora ancora perché il lavoro è uno svago. Ma si ha cura che lo svago non esalti troppo i nervi.

Non si diviene più né poveri né ricchi; entrambe queste cose dàn soverchio fastidio. Chi desidera ancora di regnare? chi di obbedire?

Nessun pastore: un sol gregge! Ognuno vuole la stessa cosa, ognuno è la stessa cosa: chi la pensa diversamente ripara volontario al manicomio.

«Una volta tutto il mondo era pazzo — dicono i più astuti, ammiccando.

Noi siamo assennati e sappiamo tutto ciò che è avvenuto; abbiamo dunque diritto d’irridere ogni cosa. Ci si bisticcia ancora, ma ci si riconcilia presto — per non guastarci lo stomaco. Si hanno i proprii svaghi del giorno, e quelli della notte; ma si tiene in gran conto la salute.

Noi abbiamo inventato la felicità — dicono gli ultimi uomini, ammiccando».

E qui finì il primo discorso di Zarathustra, che anche è chiamato l’«introduzione»: poi che in questo momento lo interruppe il vociar gioivo della folla. «Dà a noi quest’ultimo uomo, o Zarathustra — esclamavano — fa che noi diventiamo simili a quest’ultimo uomo. E noi rinunziamo volentieri al superuomo!». E tutto il popolo era giubilante e faceva schioccare la lingua.

Ma Zarathustra s’attristò e disse nel suo cuore:

«Essi non mi comprendono: io non sono la voce che conviene a questi orecchi.

Forse troppo a lungo dimorai nella montagna, troppo a lungo forse ascoltai il mormorio dei ruscelli e degli alberi: ora parlo a loro nel linguaggio dei pastori di capre.

Serena è l’anima mia come la montagna nel mattino. [p. 16 modifica]

Ma essi pensano che io sia freddo: essi mi scambiano per un buffone che sa burle atroci.

Mi guardano e ridono: e ancor ridendo mi odiano. È ghiaccio nel loro riso».

Così parlò Zarathustra F. Nietzsche

 

L’ultimo uomo che parla come fosse l’unico depositario della verità, come un tempo erano stati Stalin e Hitler, però lo fa dal canto del cigni dell’impero del bene dell’ultimo totalitarismo.Oggi questi presunti liberali della domenica di ogni colore di ogni posizione che nella bocca hanno i valori cioè i (dis)valori della vecchia borghesia, dimenticando i propri scheletri nel armadio: i traffici di droga (eroina) coi fogli dei servizi segreti, gli omicidi bianchi cioè: ci sono uomini e donne che si possono uccidere (homo sacer) non commettendo reato.

Perfetti gli ultimi uomini, si considerano perfetti da un “vangelo”, un libro scritto da un neofascista reduce dagli anni 70, che gli dice come vivere come parlare come persuadere gli altri parenti amici conoscenti. Alcuni passaggi del vangelo sono agghiaccianti razzismo puro, fascismo mascherato. Si sentono superiori  agli altri  quelli che non partecipano al banchetto della società tecno-capitalista vengono considerati Nullità, carne di scarto, parassiti. Anche se poi parlano di sinistra, progresso, giustizia ma in modo confuso ritirano fuori la nazione non capendo che quelli erano i discorsi del duce e di Hitler. Antifascisti dei miei stivali.

Questi sono gli ultimi uomini del Partito-Chiesa erede della terza internazionale (il fascismo rosso) oggi democratico (all’americana) a parole e iper-liberale peggiore della vecchia Democrazia Cristiana, nel suo slogan ripreso dai conservatori ” Non ci sono alternative” nichilismo puro, la fine della storia e solo nelle loro conti in banca foraggiati dalle lobby.

E poi c’è la ciliegina sulla torta il Partito-Chiesa (degli ultimi uomini)  la vergognosa pratica del capro espiatorio un eredità del corporativismo fascista imposto dalla Lobby Frankista che Ingrassa coi suoi denari dirigenti e votanti sinistroidi e alternativi un buon 10% di elettori alle elezioni. IL patto è il silenzio, l’omertà di Stato torna quello che si pensava essere un passato da studiare nei libri il Levitano e la moltitudine che fa? Purtroppo partecipa al banchetto solo qualche anarchico dice di NO. I paria nella società dello spettacolo sono il prezzo da pagare per la devianza di un intera casta che ricerca l’immortalità ma va diritta verso l’inferno. Noi Paria, capri espiatori oggi alziamo la voce contro la Lobby, contro il Partito -chiesa e contro questo ultimi uomini che sono soltanto castelli di sabbia, perché sta arrivando la grande onda, la grande mareggiata.

Simonetti 

un paria, un anarchico stirneriano, un capro espiatorio.

Simonetti Walter Il Messia del Nulla La condanna del Partito- Chiesa ad una vita senza amore

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https://www.scribd.com/document/375616283/Simonetti-Walter-Il-Messia-del-Nulla-tra-tarocchi-e-sefie-La-condanna-del-Partito-Chiesa-ad-una-vita-senza-amore

«Angela Merkel fatti avanti e governa l’Italia»«Mi auspico
che Bruxelles prenda le redini dell’Italia dopo il 4 marzo.
Meglio avere qualcosa che il nulla» Toni Negri

Lascia il tuo tetto, o giovincello, e cerca
altre contrade, ove t’attende serie
Maggior di cose, e negli avversi eventi
Del cor fa rocca. Te l’estremo ormai
Istro conosca, te l’algente Borea,
E i possenti reami di Canopo,
E quanti alluma il sole ove si corca,
O dove surge; e come ad altro Ulisse
Le terre peregrine a te dian senno.
Una profezia a proposito di un viaggio verso il nord
attribuito a Petronio

“Nel tempo degli algoritmi, i passi, i tempi, i risultati di una
qualsiasi azione comportano una tecnica che appare
invincibile in confronto all’uomo che pensa per pensare. Il
quale per ciò stesso è diventato un rischio per l’equilibrio
dell’universo. Come nell’epoca del Golem operaio, anche
in quella del Golem algoritmo i filosofi-re appaiano alieni
cui spetta l’ostracismo. Viene da ciò l’ipotesi già espressa
che si sia esaurita la ragion d’essere delle sirene-Platone,
dei filosofi-re che si attribuivano la capacità di cambiare lo
stato Delle cose. A questo risultato provvederebbe la
tecnica quando se ne presentasse l’esigenza.”
“Una tale condizione umana si basa su un livello di potere ,
così elevato, così senza limiti, dove a credere ai miracoli il
miracolo auspicabile sarebbe il ritorno dall’inferno del
pensiero computazionale dei filosofi-re, colpiti da
ostracismo, disprezzati, sconosciuti agli esseri umani con
cui dividono l’inferno.
Si tratterebbe per i filosofi-re di uscire dalla caverna del
tempo nuovo e lottare non più contro gli Zar dell’economia,
bensì contro la teologia della tecnica, il nemico del tempo
nuovo” Rita di Leo Cento anni dopo 1917-2017 da
Lenin a Zuckerberg

 

Ma cos’è quest’amore rubato? Chi ha deciso e perché
e quando?
Alla metà degli anni settanta gli anni del piombo fuso o
della contestazione quando nel milanese si stava
formando “l’autonomia diffusa” libera da ogni logica e
azione di Partito Classe. IL Partito- Chiesa stava entrando
dentro lo Stato che aveva poco di diritto e tanto di strategia
della tensione. Un area politica nell’ultra sinistra che
nessuno difendeva venne sacrificata i suoi militanti
perseguitati e i suoi figli rinchiusi nelle cliniche manicomio
del ringiovanimento ( un lascito del nazi-fascismo) per
esperimenti genetici.
Persi due anni della mia vita sia psicologicamente che
fisicamente con altri 100 bambini io Walter Simonetti, venni
ringiovanito questo è il prezzo della democrazia.
Non si fermarono qui con me, l’Unico, Il Messia del Nulla
che gli aveva screditati di fronte all’opinione pubblica. Ma
era una scusa lo stalinismo perde il pelo ma non il vizio
della persecuzione dell’avversario alla sua sinistra.
Avevano programmato una vita da film da fantascienza
ucronica. I dirigenti più in vista del partito, i burocrati
cresciuti a pane Stalin poi ricondotti all’euro-comunismo
decisero che non dovevo fare una vita normale avere
rapporti con l’altro sesso, avere amicizie cioè dovevo
diventare un “capro espiatorio” tante di queste idee
vennero dalla Lobby Frankista legata a doppio filo al
Partito-Chiesa. Coi loro soldi, coi loro killer avrebbero
sistemato tutto. Ero un morto che camminava. E se una
donna ci stava sarebbe stata violentata dai “compagni” più
in vista o dagli stessi dirigenti come fossero antichi sovrani,
questa era la ciliegina sulla torta.
Ma le cose non andarono proprio così solo col l’aiuto dei
lavaggi del cervello (e le medicine della memoria illegali)
da solo contro tutti sono riusciti a non farmi vivere a
cancellarmi il vissuto quotidiano, mi hanno rubato l’amore.
Ora siamo qui tutto è aperto anche se tutte le strade sono
sbarrate. Ci vorrebbe un insorgenza singolare, un sussulto
destituente a favore dell’anarca stirneriano, al massimo
una petizione popolare virtuale ma non ci sarà mai per un
criminale politico che alcuni considerano un vampiro
(psichico) uno dei peggiori esseri umani vissuti in Italia
dicono i campioni del post-stalinismo ora iper-liberali. E poi
soprattutto i soldi frankisti sono soldi anche se poi fai
l’uomo di sinistra e inneggi ai diritti umani ma quello che
non capisci e che fai parte del socialismo degli imbecilli.
All’ora non rimane altro che pregare Ba al e farsi i tarocchi
che poi ci scappa pure un selfie.